Violenza di genere, la psicologa Marano: i femminicidi esistono e fanno più vittime delle mafie

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AVELLINO- “I femminicidi esistono e fanno più vittime della mafia”. E’ cosi’ che la psicologa e consulente forense Gabriella Marano, che ha seguito numerosi casi anche di rilievo nazionale, come il femminicidio di Giulia Cecchettin, ha aperto la sua relazione nel corso del modulo finale che ha visto impegnate tutte le figure professionali che si occupano della violenza di genere in un ciclo di incontri formativi. Gabriella Marano ha cosi’ risposto alla sollecitazione dell’avvocato Giovanna Perna, presidente del Comitato Pari Opportunità del Coa di Avellino, che ha presieduto l’incontro che ha visto relatore sia la criminologa e psicologa che il direttore di Avellino Today, Vinicio Marchetti. “Lo Stato deve capire che bisogna mettere le risorse. Perche’ ci troviamo a dover combattere una guerra con ombrelli contro chi ha armi da fuoco e coltelli”. Perché non risiamo ad arrivare in tempo? Questa la domanda che l’avvocato Perna rivolge ad una delle professioniste del settore della violenza di genere più affermate in Italia. La dottoressa Marano non ha dubbi: Le donne non denunciano per paura delle conseguenze sui propri familiari, perché oggi i femminicidi colpiscono anche le persone care. Non si denuncia per proteggere anche i propri figli. Ci sono varie sfumature di femminicidi. Bisogba innanzitutto sdoganare il concetto che la donna muore perché ha deciso di lasciare la persona. Gli omicidi Tramontano e di Melania Rea dimostrano che non e’ così. Anzi, ci dicono che possiamo essere anche in maniera inconsapevole in pericolo. Abbiamo chiuso il primo grado ti è ha detto anche l aggravante del motivo abistto”. Uno degli esempi in tal senso è quello del “Suicidio allargato e salvifico. Uccido te e i nostri figli e poi uccido me. Salvifico in un mondo psichico distorto”. Il ruolo della stampa in questo contesto è stato delineato dal direttore di Avellino Today, che ha tuonato anche contro l’eccessiva morbosità per dettagli che dovrebbero essere oggetto di tutela per le vittime e per la spettacolarizzazione dei casi di cronaca. Altro dato importante che emerge nel confronto e’ quello sui segnali: «I segnali possono manifestarsi attraverso forme di controllo sempre più invasive, nella difficoltà di accettare l’autonomia della partner, nella dipendenza affettiva patologica, nella tendenza all’isolamento e soprattutto nell’incapacità di accettare il rifiuto o la fine di una relazione. Sono aspetti che non vanno mai banalizzati perché possono rappresentare indicatori importanti di una pericolosa escalation».
Giovanna Perna ha messo in evidenza quello che e’ stato l’obiettivo del ciclo di incontri chiusi ieri: «Questo ciclo formativo nasce dall’esigenza di affrontare la violenza di genere nella sua complessità, andando oltre l’emergenza e la sola dimensione giudiziaria. Parliamo di un fenomeno che attraversa la famiglia, le istituzioni, il sistema di tutela, il mondo del lavoro, la scuola e perfino il sistema penitenziario. Per questo abbiamo voluto costruire un percorso che mettesse in dialogo competenze diverse: avvocati, magistrati, operatori sociali, forze dell’ordine, psicologi, educatori e tutti coloro che, a vario titolo, entrano in contatto con le vittime e con gli autori di violenza».