“Non smettiamo di volare”. Avionica e Jump lasciano Casino ma promettono battaglia

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Da ieri le porte di Casino del Principe, ad Avellino, sono chiuse. Il 31 ottobre, dopo diverse proroghe, è scaduto “Jump”. Con il progetto, è scaduto anche l’affidamento dello storico edificio all’associazione “Avionica” che lo ha curato negli ultimi anni. L’associazione capitanata da Luca Cioffi ha organizzato, ieri, una manifestazione che ha visto come protagonista assoluta la cultura.

Spazio, infatti, a live painting di artisti locali, contributi di Ciro Zerella, Speaker Vito e Massimo Vietri. Il maestro Spiniello ha deciso di realizzare e donare un’opera all’associazione. L’UdS Avellino, inoltre, ha realizzato un flashmob chiamato “Scuola agli studenti, città ai giovani”.

L’associazione Avionica si dice non soddisfatta dell’incontro avuto la scorsa settimana con l’amministrazione. “Ad oggi non ci sono certezze su data di apertura e modalità che porteranno alla gestione del Samantha della Porta e nel frattempo il Casino del Principe resterà vuoto e i ragazzi non avranno più un posto dove portare avanti le loro attività. Si chiede a gran voce che sia garantita una continuità dell’esperienza e una riapertura delle strutture comunali che, seppur virtualmente impegnate, sono ad oggi tutte vuote”.

Di seguito, l’intervento intergale di Luca Cioffi nel corso dell’evento di ieri.

Grazie a tutte e tutti. Come prima cosa vorrei dedicare un pensiero a Gennaro Bellizzi che sicuramente sarebbe stato qui fra noi se avesse potuto. Una persona speciale di cui la nostra città sentirà tanto la mancanza.

Un ringraziamento non formale perché essere qui oggi non rappresenta solo un importante sostegno ad Avionica, all’associazione e a tutti gli attivisti che in questi anni hanno tenuto in piedi questa struttura, ma se tante e tanti hanno deciso di essere qui oggi è perché questa storia ha rappresentato molto di più in questa città rispetto a un progetto, a un’associazione o a una struttura. Se siamo qui oggi è perché crediamo che ci possano essere modelli partecipati di gestione dei beni comuni, che può esistere un modello diverso di gestione della cosa pubblica, che la cultura, l’aggregazione e la socialità non si costruiscono tramite delibera ma tramite il lavoro quotidiano sul territorio.

Non voglio fare una solfa sulla storia di cosa è accaduto in questi anni: l’abbiamo raccontata più volte e se siete qui la conoscete. Però secondo me è importare trasmettere, appunto, cosa ha rappresentato per tante e tanti questa esperienza e queste mura. Quando nel Giugno del 2019, fra mille problemi e mille difficoltà, ci siamo ritrovati con un progetto che stentava a partire, con delle mura vuote e con mille domande, ci siamo detti che la scelta giusta era mettersi in gioco, rimboccarsi le maniche e provare a dare vita a quelle mura, nonostante l’isolamento. Quando lo abbiamo fatto, conoscevamo certamente il progetto che avevamo vinto, avevamo sicuramente delle idee chiare su quali fossero i nostri bisogni e cosa volevamo fare per costruire assieme delle risposte, ma non avevamo idea di cosa sarebbe successo.

Se dovessi dire qual è la cosa più importante che abbiamo scoperto è che questa è una città piena di energie, spesso nascoste, che avevano bisogno solo di qualcuno che gli aprisse una porta. Questa struttura, quel portone ha rappresentato questo per giovani, studenti, artisti, lavoratori, musicisti… ha rappresentato un posto in cui potersi esprimere, potersi contaminare, potersi mettere in discussione. Non li abbiamo inventati noi: esistevano già e cercavano solo spazio.

Devo infatti sicuramente fare dei ringraziamenti ad Amataria, Pufflye, FeelFun, il Collettivo Agata, l’UdS, Enterprise, Per un pugno di dadi, la Pro Loco, Infoirpinia, l’Arci, Soma, IrpiniAltruista, Libera, Legambiente, Vernicefresca, Liminalab, e a tutti gli artisti (penso a Ciro a Massimo e a chi ci ha sostenuto anche oggi), al maestro Spiniello che ringrazio per le sue bellissime parole, i professionisti (come Carmen De Vito che ha gestito lo sportello psicologico e promosso laboratori) …tutti coloro che starò dimenticando e che anche più di me hanno contribuito a fare tutto questo. Un ringraziamento, ovviamente, anche alle decine e decine di volontari che in questi anni si sono presi cura di questo bene, si sono assicurati che fosse aperto tutti i giorni, hanno pulito i cessi, curato il giardino, spazzato, riparato senza mai sentirsi dire grazie da nessuno.

Tutto questo, però, mi spinge anche ad un’altra riflessione. Questa città è sempre stata ricca di artisti, di cultura, di festival. Penso a Flussi, a Elementi, al Mas Fest, a Irpinia Mood, … se tutte queste fantastiche storie spesso terminano, la sconfitta non è di chi ci metteva tempo, soldi e fatica evidentemente. Forse c’è un problema più strutturale sulle forme e sui modi in cui è possibile fare cultura in questa città.

Come dicevo in questi anni, grazie a tutte queste energie, abbiamo imparato a modificarci, a contaminarci, a cambiare forme e modi di organizzarci. In questi due anni e mezzo abbiamo affrontato anche una pandemia globale. Abbiamo provato a connettere l’esigenza di socialità e di aggregazione, che il nostro motivo d’essere, all’isolamento sociale. Non è stato facile. Eravamo a fare la spesa con la rete Diamoci una Mano durante il lockdown, siamo stati penso gli unici a isolarci a chiudere e a contattare tutti i presenti quando c’è stato un positivo, abbiamo messo a disposizione tamponi gratuiti. Abbiamo provato a tenere assieme l’esigenza della sicurezza sanitaria con il forte bisogno di tornare a stare insieme. In un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui i grandi eventi, i grandi momenti di piazza, sono stati eliminati, forse bisognava investire su un modello di socialità diffusa, su centri di aggregazione come il nostro.

Non penso di essere solo io a vedere che questa comunità si sta sfaldando e che Avellino non è messa bene. Abbiamo vissuto un mega processo sul Clan Partenio, ormai si spara ogni due mesi, anche al centro della città, anche di giorno. Un ragazzo della mia età è stato arrestato perché chiedeva il pizzo. Bruciano fabbriche. Ci sono risse, commercianti in difficoltà, pochissimi posti in cui si ha ancora la forza di fare cultura e promuovere socialità.

Guardate, io non voglio dire che siamo stati perfetti. Anzi, già so che nelle prossime settimane, come è già successo, si farà il possibile per screditare questa esperienza, per raccontare cosa è andato storto, ci saranno racconti distorti e parziali. Un certo modo di fare politica e di vivere questa città lo conosciamo. Quindi lo dico da prima: abbiamo commesso degli errori. Abbiamo provato, abbiamo sbagliato, siamo stati in difficoltà. E meno male direi: forse uno dei punti di forza di questo posto è stato proprio questo: in una società ultra competitiva che ti dice che devi essere perfetto, qui si è trovata anche la possibilità di sbagliare, di mettersi in discussione, di tentare e di osare. Quindi abbiamo sicuramente commesso errori. Ma posso dire che qui dentro non c’è mai stata una rissa, non è mai arrivata un’ambulanza, forse ogni tanto ci saranno state discussione accese, ma perché erano il cuore del confronto e della contaminazione che è avvenuta qui.

Perché si possono fare tutte le politiche securitarie del mondo, si può ragionare di movida, di giovani, di eccessi quanto si vuole, ma il nodo della questione è proprio questo: il problema non è che i giovani bevono o stanno in giro fino a tardi, il problema è che non gli si da nulla da fare. Quando con la birra in mano si può vedere un film, ascoltare della musica, contaminarsi con altre persone i problemi non accadono. E queste sono esperienze su cui bisognerebbe investire, perché consolidano una comunità che si sfilaccia sempre di più.

La ricchezza di questo posto è stata tutta qua, niente di più e niente di meno. Con pochi mezzi, con pochi servizi, paradossalmente in alcuni casi con pochi spazi per quante cose si sono prodotte qui dentro, qua dentro si stava bene. Era bello. Si incontrava gente, si respirava una bella aria. Si poteva venire a studiare, poi trattenersi nel pomeriggio, ascoltare la musica la sera. Lavorare, poi registrare un podcast, guardare una mostra nella pausa o lavorare nel FabLab. Queste connessioni sono state ricchezza per tutte e tutti. Tantissimi dei volti che ho visto in questi anni non li conoscevo, ho incontrato mondi diversi che a loro volta si sono incontrati fra di loro. E questa cosa vale più di ogni centro giovani, sala per eventi, centro servizi che si possa costruire.

E arrivo al nodo. La settimana scorsa l’amministrazione comunale è venuta qui a dirci che questo posto diventerà una mostra permanente, un infopoint turistico, la sede della fondazione di partecipazione. Hanno detto che lanceranno un nuovo percorso, gli Stati Generali delle Politiche Giovanili, per creare un centro giovanile al Samantha della Porta, struttura nella quale vanno ancora fatti dei lavori. Viviamo nel paradosso in cui tutte le strutture di questa città sembrano essere impegnate, ma nel frattempo sono tutte vuote.

I fatti sono due: domani quel portone sarà chiuso e tutti questi ragazzi non avranno un posto in cui continuare le loro attività. Ci siamo scontrati con l’arroganza del potere, un modello di gestione del potere e della cosa pubblica che onestamente ci spaventa. Quando ci sono le elezioni, non è in palio la città. Non esistono padroni e sudditi. Non esistono amici e nemici. Invece qui si ragiona sempre dividendo fra “i miei e i tuoi”, come una guerra fra bande che competono per prendersi la città e l’unico terreno di battaglia è quello del voto.

Noi abbiamo un’idea di democrazia molto diversa, ed è un po’ quella che abbiamo provato a costruire qua dentro. Crediamo che sarebbe stato istituzionalmente giusto e politicamente garbato interrogarsi sul futuro dei beni pubblici con chi quei beni li viveva. Pensiamo che sarebbe stato utile aprire un percorso di discussione sulla Fondazione con chi la cultura la fa in questa città prima di far fare uno statuto. Siamo convinti che in qualche modo il futuro di questa struttura possa riguardare anche chi se n’è preso cura, fosse almeno per rispetto nei confronti di chi ha rinunciato a tempo della propria vita per curarsi di un posto che è di tutte e tutti noi. Se mesi fa proponevamo un patto di collaborazione come modello di gestione di questa struttura è perché crediamo che ci possa essere un modello di gestione diverso, basato sulla partecipazione e sulla sussidiarietà. Sono i modelli con cui ragionano moltissimi comuni, soprattutto quelli in pre-dissesto, per coinvolgere i cittadini in pezzi di gestione della cosa pubblica.

Tutto questo non è mai avvenuto. Io non credo che basti presentarsi ai dibattiti per dirsi aperti al confronto. Penso che la democrazia e la partecipazione siano cose che possano tenere salda una comunità, se coltivate giorno per giorno. Che stanno nel modo in cui si governa e si amministra, non sono uno strumento di comunicazione. Noi non avevamo e non abbiamo bisogno di essere ascoltati, ma coinvolti.

Qui non si gioca una battaglia di potere, non si giocano voti. Si gioca con le scelte di vita, con le passioni, con le ambizioni di ragazze e ragazzi che hanno deciso di restare, non partire come i loro coetanei e investire nella propria terra. Forse un paio d’anni per aprire una struttura sono pochi nel corso di una legislatura, sono comunque prima delle prossime elezioni, ma sono un’enormità per chi sta decidendo se questa città può essere il posto in cui costruire la propria vita. Queste persone oggi sono messe alla porta.

In tanti hanno provato a metterci cappelli. Per alcuni eravamo amici di qualche assessore, per altri amici di qualche consigliere, tutti hanno provato a dare una cornice politica a tutto questo. La verità è che questo spazio non è mai stato un bacino elettorale per nessuno e forse proprio per questo da tanto fastidio. Siamo stati raccontati come polemici, mentre siamo quelli che quando tutto era fermo si sono messi in gioco, si sono immaginati un modello di sostenibilità, hanno chiesto aiuto e si sono aperti alla città. Senza il riscaldamento (che scherzo della sorte dovrebbe ripartire proprio domani), senza una regolamentazione chiara, senza che nessuno ci dicesse a chi toccava aprire il portone o tagliare l’erba in giardino. Non era assolutamente nella nostra volontà arrivare qua, ma siamo stati isolati quando chiedevamo solo collaborazione e la garanzia di una continuità, che evidentemente oggi ci viene negata.

È difficile restituire la rabbia e la frustrazione degli sguardi che ho incontrato in questi giorni. Lo sgomento di chi dentro e fuori da qui non capisce la logica di questa scelta. In tantissimi mi hanno chiesto “ma perché vi cacciano? Per una volta che si fa una cosa bella!” e mi sono ritrovato nell’imbarazzo di non avere una risposta. La giornata di oggi non è una giornata di rassegnazione, la giornata di oggi è una giornata in cui diciamo chiaramente che questa cosa bella deve andare avanti. Era necessario vederci per dire che non smetteremo di incontrarci, che non ci lasceremo fermare da questa scelta e che da domani il nostro piano di azione non sarà il Casino del Principe ma tutta la città.

Fra 4 giorni ricorrerà il decennale di occupy avellino. 10 anni fa un gruppo di ragazzi si piazzava con delle tende nello spiazzale dell’eliseo, rinominandolo piazza della partecipazione, e rivendicando spazi di aggregazione. Negli ultimi 10 anni sono successe tante cose: quella struttura è stata incendiata e vandalizzata, c’è stato il comitato dell’Eliseo con gli importantissimi dibattiti e proposte che ha prodotto, c’è stata la fine di molti festival importanti, la nostra esperienza qui. Lo propongo ora: sarebbe interessante fra 4 giorni rivederci in quello stesso spiazzale e provare a tirare le fila di cosa è successo in questi ultimi 10 anni, quali sono stati i passi avanti e quali indietro, come è possibile che dopo 10 anni ci ritroviamo ancora con le stesse domande irrisolte.

Nei prossimi giorni, inoltre, sicuramente lanceremo altri momenti di mobilitazione, uscendo da questa struttura e parlando a tutta la città. Non solo Avionica, ma questi ragazzi, questa piazza meritano una continuità. Le strutture di questa città devono essere riaperte. Se dovrà essere la fondazione a gestirle, allora che sia una vera fondazione di partecipazione. Si definiscano le modalità, si apra un dibattito pubblico, si permetta ai cittadini di dare vita a quelle strutture, di riempirle di idee e di proposte. Su questo saremo i primi a vigilare, a porre domande, a rifiutare una città piena di centri servizi senza un’anima. 

Va ricostruita una comunità in questa città. Per questo motivo, stasera, dobbiamo lasciarci con una promessa. Se l’obiettivo, come a me sembra evidente che sia, è quello di disperderci, di diluirci in qualcos altro, di dividerci, dobbiamo prometterci che non succederà. La nostra forza non sono e non sono mai state queste mura, ma la comunità che abbiamo costruito, le relazioni, le idee. Questa storia non si può cancellare con un colpo di spugna. I nostri bisogni, le nostre passioni, i nostri progetti: quelli non possono essere legati a delibere o ad amministrazioni. Ora bisogna andare avanti e serve il supporto di tutte e di tutti, bisogna restare uniti e continuare a camminare insieme.

Sulla locandina di stasera abbiamo scritto “si chiude un portone e…?” abbiamo lasciato dei punti sospensivi. Quello che sarà dobbiamo costruirlo assieme, passo dopo passo, camminando assieme e domandando, coscienti che quello che è stato costruito in questi anni non muore e che oggi non è una fine.

“Vola solo chi osa farlo” ci siamo detti quando abbiamo iniziato questa esperienza, quando quello che abbiamo costruito non potevamo nemmeno immaginarlo e quando ci sembrava più difficile di adesso. Oggi voglio lasciarvi con un’altra citazione di Zorba, il gatto che insegno a volare alla gabbianella nel racconto di Luis Sepulveda. “Non dimenticare che tu hai le ali e chi ha le ali non ha paura dell’altezza o di qualunque ostacolo possa incontrare. Se hai le ali, non c’è niente che può fermarti.” Non smettiamo di volare.