Il Partito Democratico, Azione, la classe dirigente ed una provincia che ha bisogno di una vera rappresentanza per evitare la desertificazione. L’analisi di Giovanni Bove

Il Partito Democratico, Azione, la classe dirigente ed una provincia che ha bisogno di una vera rappresentanza per evitare la desertificazione. L’analisi di Giovanni Bove

14 Ottobre 2020

Michele De Leo – Ex segretario del Circolo Foa del Partito Democratico, oggi non rimpiange in alcun modo la decisione di lasciare via Tagliamento. Giovanni Bove ha sposato il progetto di Azione di Carlo Calenda e crede fortemente in una politica che possa ancora fondarsi su ideali veri, che possa ancora occuparsi del problemi del territorio e delle sue comunità e rappresentare le istanze di tutti.

Giovanni Bove, ieri la proclamazione degli eletti in Regione ha dato il via alla nuova consiliatura. C’è, però, già l’annuncio di ricorso al Tar da parte del sindaco di Chiusano Carmine De Angelis, il secondo più votato, nello schieramento di centrodestra. Dati alla mano, è lui il primo dei non eletti in Irpinia? E’ un bene o un male aver portato in consiglio anche un rappresentante dell’opposizione?

Anzitutto, è doveroso formulare gli auguri di buon lavoro agli eletti. Non mi piace la politica che ha strascichi nelle aule giudiziarie ma chi ha ragioni da rivendicare è giusto che le faccia valere nelle sedi opportune. In ogni caso, il tema della riforma del meccanismo di attribuzione della rappresentanza va affrontato ed è compito della politica fornire adeguata risposta ad un problema di evidente ingiustizia. A mio avviso, poi, la questione cruciale non è l’aver o meno portato in assise un rappresentante dell’opposizione, ma è quello della qualità degli eletti: la legge elettorale non ha premiato il meglio tra i molti candidati.

Si aspettava che gli uscenti D’Amelio e Iannace rimanessero fuori dall’assise? L’ex presidente del consiglio regionale evidenzia che manca una rappresentanza dell’alta Irpinia: le zone interne saranno sempre più isolate e dimenticate?

Gli elettori si sono espressi ed hanno evidentemente ritenuto inefficace il lavoro svolto da alcuni degli uscenti. Evidentemente, oggi si pagano gli errori compiuti anni fa in termini di costruzione dei gruppi dirigenti e radicamento della proposta politica. Le zone interne rimangono più o meno isolate non se hanno un consigliere regionale o un assessore o un delegato, ma se una classe dirigente seria, capace e preparata si fa portavoce delle istanze di quelle comunità.

L’elezione di Livio Petitto e il risultato clamoroso di Maurizio Petracca potrebbero aprire una nuova stagione nel Partito democratico irpino. Adesso, tutti sembrano invocare il congresso: dobbiamo aspettarci una lotta senza esclusione di colpi tra le varie anime di un partito lacerato?

A volte, i risultati sono la conseguenza di una serie di fattori, ivi compresi i demeriti altrui, che, per quanto attiene al Partito democratico – in questa provincia ed anche in questa tornata hanno nomi e cognomi ben precisi. Rispetto al 2015, il Pd ha preso sostanzialmente lo stesso numero di voti, con circa 30.000 votanti in più, i grillini dimezzati ed un centro destra praticamente inesistente. Prima di parlare di risultati clamorosi io proverei ad essere intellettualmente onesto ed a guardare allo stato di salute del partito. Ho smesso da tempo di occuparmi delle vicende interne a via Tagliamento: registro tuttavia che la dinamica di scontro perenne ed il veleno seminato anche in questa campagna elettorale non sono forieri di novità. Da anni il partito è afono in provincia, poiché luogo senza anima e senza capacità di pensiero: l’ultimo lavoro di proposta politica e di formazione della classe dirigente risale alla nostra esperienza de “I Luoghi Ideali” e di Eudem, che sono state avversate con metodi squadristi. Per il resto, solo poche e stantie dichiarazioni di convenienza e frasi vuote. Se, poi, parla di appartenenza al partito chi ha causato la sconfitta alle amministrative del 2018 nel capoluogo, votando con la Lega e la destra al ballottaggio, e chi nel Partito Democratico è entrato solo alla fine dello scorso anno per potersi candidare, gli inquilini di via Tagliamento dovrebbero farsi qualche domanda.

Lei ha lasciato via Tagliamento in tempi non sospetti: c’è futuro per questo partito, in Irpinia piuttosto che a livello nazionale?

Io credo che il futuro del Pd dipenda non dalla provincia di Avellino, ma dalle scelte nazionali. Sotto questo punto di vista, è evidente che l’appiattimento sull’alleanza di governo con i grillini, a tal punto da volerla elevare ad alleanza stabile, renderà solo definitiva la già avvenuta trasformazione del partito in forza populista. Ne sono prova le scelte pessime di questo governo nella gestione della emergenza, in termini di politica economica e di politica interna. Un partito che salva il peggiore dei ministri della giustizia, che avalla acriticamente le scelte cervellotiche in materia di istruzione e che non investe in formazione e sanità, che non si fa promotore di iniziative forti in grado di rimettere in discussione il Trattato di Dublino in materia di immigrazione, potrà anche garantire qualche seggio a qualcuno in futuro, ma ha smesso di rappresentare il sogno del riformismo europeo per il quale tanto ci siamo spesi. Tutto questo apre uno spazio immenso per la creazione di una nuova forza moderata, che tenga insieme le tradizioni culturali del popolarismo, della tradizione socialista riformista e liberale, che recuperi le migliori esperienze ideali del partito di azione, che ponga freno alla deriva populista da un lato e sovranista dall’altro.

Azione, la nuova forza alla quale ha aderito, è rimasta a guardare in occasione delle ultime regionali. Se il poco tempo a disposizione può apparire una giustificazione, l’assenza dalla competizione non rappresenta un’occasione mancata per un confronto con l’elettorato?

Azione in questa tornata elettorale ha preferito investire sulle elezioni amministrative dove molti iscritti si sono cimentati ed hanno anche raggiunto risultati positivi un po’ ovunque. Oggi, una nuova classe di amministratori si affaccia nell’agone politico: tocca investire in modo serio sulla strutturazione del partito per costruire quello spazio che non deleghi la rappresentanza solo agli amministratori, ma che fornisca loro l’humus politico da tradurre in azione concreta in enti ed istituzioni. Le regionali hanno rappresentato, sotto un certo punto di vista, l’occasione sprecata di rendere la Campania il luogo di sperimentazione di quella terza via cui facevo riferimento. Ci abbiamo provato a livello regionale, ma, essendo nati da poco, non abbiamo potuto incidere più di tanto sulle ambiguità di quella parte del mondo moderato che prima critica il governo e poi fa la corsa alle poltrone anche in regione

Il partito di Calenda sta muovendo i primi passi in questa provincia: siete avviati ad una fase congressuale come il Partito democratico?

Registriamo anche in questa provincia un notevole interesse da parte di molte persone comuni ed anche di alcuni amministratori. Nei prossimi mesi ci avvieremo alla stagione congressuale, che non sarà certamente come quella del Partito democratico: proviamo ad essere solo un po’ più seri e soprattutto pensanti.

Calenda potrebbe essere il candidato sindaco di Roma, peraltro con il sostegno del Pd. Come giudica questa possibilità? Può rappresentare un’occasione per favorire il lancio definitivo di Azione oppure rischia di limitare il suo fondatore?

Credo che, in questo momento, occorra offrire al paese ed a quel 40% di cittadini che non si reca alle urne l’occasione di costruire quella famosa terza via di cui Calenda parla nel suo ultimo libro: immagino che Carlo ed il resto del comitato promotore siano impegnati su questo. Ovviamente, il partito farà una riflessione sulle prossime scadenze ed anche su questa possibilità: credo, tuttavia, che una candidatura sic et simpliciter slegata dalla costruzione di quel tipo di percorso politico evidenziato sia un errore, che snaturerebbe il senso politico di Azione ed offrirebbe a parte del Partito Democratico l’occasione di buttarsi tra le braccia della Raggi, che in questi anni è stata una iattura per la Capitale.

Nell’ultima campagna elettorale si è parlato poco della provincia, delle sue potenzialità e delle enormi difficoltà. Da troppo tempo, questa terra pare sempre pronta a spiccare il volo verso una fase di sviluppo e di rilancio ma, puntualmente, dopo ogni elezione sembrano perdersi le tracce di progetti, propositi e sogni. C’è ancora speranza per questi territori? Ci sono gli attori giusti per avviare una seria fase di programmazione?

A questa provincia manca, da tempo, una classe dirigente colta e preparata. La politica ha da anni abdicato alla sua funzione di fornire le chiavi di lettura del cambiamento, da tradurre poi in scelte amministrative concrete. Basti pensare allo stato in cui versa la città capoluogo ed a quanto compiuto in questi anni in termini di sviluppo delle aree interne. Se oggi i Vescovi scelgono di interloquire e di portare le loro istanze direttamente a Palazzo Chigi, saltando tutti gli altri livelli, è segno evidente di quanto sia stato sbagliato l’approccio al problema in questi ultimi anni. In un’epoca in cui lo spopolamento delle aree interne raggiunge picchi da desertificazione, non si può ancora continuare a parlare di trenini e sperperi di denaro in feste utili solo a rimpinguare i conti di qualcuno. In un periodo in cui l’età anagrafica media delle zone interne aumenta, non può la politica continuare a pensare alle comunità come bacini di voti da mungere all’occasione: occorre investire seriamente in servizi alla persona, in una nuova politica sanitaria di prossimità, attraverso cui creare gli strumenti per consentire alle singole comunità di rinascere. Il tema dello sviluppo delle aree interne è una cosa seria e la politica non può pensare di risolvere tale problema affidandolo alle cure di chi ha come obiettivo solo l’affermazione del proprio vuoto narcisismo.