FOTO / “Ho combattuto il clan Cava anche grazie a Falcone”. Capaci, 30 anni dopo in Irpinia

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Forse è stato il più grande errore della mafia, forse no. Sarà la storia futura a dircelo. Per adesso, la storia ci dice che Giovanni Falcone non è stato per davvero ucciso dalla criminalità organizzata. Perché, nonostante siano trascorsi 30 anni esatti da quel maledetto pomeriggio del 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone oggi vive ancora. Il suo insegnamento viene tramandato, la sua capacità professionale e le sue intuizioni, sono state la cartina di tornasole per tantissimi professionsiti e non.

Oggi, 30 anni fa. E ancora oggi quel magistrato con la barba, con l’aspetto di un burbero ma dal cuore grande e dal cervello ancor più grande, è un esempio da seguire. E getta semi di legalità un po’ dovunque, a partire dalle giovani generazioni.

Oggi, ad esempio, è accaduto – grazie a Dio – anche all’Istituto tecnico economico di Avellino. Un’attenta platea di giovani ha ascoltato ed ha potuto conoscere non solo Falcone ma anche Paolo Borsellino, un altro “eroe” dell’antimafia. Una platea di ragazzi che, 30 anni fa, ovviamente non erano ancora nati.

“La storia può essere anche quella contemporanea, non solo quella che si trova sui libri”, riflette Antonella Pappalardo, brava ed appassionata dirigente dell’Ite Amabile. “I giovani devono avere la consapevolezza di quello che accade intorno a loro, di quello che è accaduto di recente. Del resto – aggiunge – la nostra è una scuola da sempre molto impegnata ed attenta alla legalità, perché il diritto è la nostra materia fondamentale. I nostri studenti, dunque, devono fare esperienza sul campo e, grazie alla presenza di due magistrati, capire cosa davvero significa la lotta alla criminalità”.

Il 23 maggio 1992, uno spartiacque nella vita di tantissimi. Un ricordo indelebile anche per Antonella Pappalardo. “Avevo 20 anni ed ero ad una festa con tutta la famiglia. Quella festa terminò in anticipo, perché fummo tutti sconvolti da quella terribile notizia”.

La vita che si ferma a Capaci per cinque persone (persero la vita in quell’attentato, oltre Giovanni Falcone, anche tre agenti di scorta, ovvero Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani e la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, anche lei magistrato), la vita che cambia per sempre anche per Maria Cristina Rizzi, giudice consigliere presso il tribunale civile di Avellino.

“Quel giorno io decisi di diventare magistrato – afferma -. Quindi sì, la mia vita è cambiata quel giorno. Quel pomeriggio stavo studiando procedura penale. E’ stata una decisione talmente forte che, da quel 23 maggio, non ho più smesso di studiare, nemmeno un giorno. Non ho pensato più a niente altro. Quella strage mi colpì tantissimo. Ero arrabbiata, una rabbia fortissima, perché il male stava trionfando sul bene. L’esperienza di Falcone, l’esperienza del maxi-processo, è stata poi portata da Soviero (procuratore aggiunto presso la Procura di Salerno oggi) nello stesso tipo di processo istruito contro il clan Cava. La nostra è stata la fatica di tre giudici, sostanzialmente da soli, che hanno dovuto valutare la posizione di centinaia di imputati. Quella fu proprio una fatica fisica oltre che emotiva. Ma è stata l’esperienza più bella della mia vita”.

“L’insegnamento di Falcone e Borsellino è fondamentale – afferma ancora Rizzi -. Ha segnato il cambiamento non solo nella lotta alla criminalità ma anche nella gestione dei maxi-processi che loro stessi hanno inventato. Ci hanno insegnato che, spesso, posizioni singole possono avere uno scarso significato rispetto ad una valutazione più complessa di diverse posizioni messe insieme. Nel processo al clan Cava, ripeto, mi sono trovata ad applicare l’insegnamento del maxi processo di Falcone e Borsellino. Soltanto in quel modo emerge in maniera plastica quella che può essere un’associazione a delinquere, perché emergono anche l’ampiezza e l’infiltrazione nel territorio. In questo modo, è possibile conoscere il clan ma anche il territorio. Un insegnamento impagabile, quello di Falcone e Borsellino”.

“Il discorso delle infiltrazioni della criminalità nello Stato è particolare – sottolinea il giudice -. E’ una faccenda complicata, il punto è che le infiltrazioni di apparati dello Stato rappresentano un fatto oggettivo. Nel nostro processo al clan Cava, abbiamo affrontato attività tendenzialmente estorsive contro il tessuto commerciale anche dell’avellinese. E ricordo il timore delle persone offese quando in dibattimnto da noi dovevano ripetere le accuse che avevano fatto al Pm Soviero. Leggevi nei loro occhi la paura. Si percepiva l’esistenza di una famiglia criminale”.