Le elezioni amministrative, conclusesi in Irpinia circa due settimane fa, lasciano ancora ampio spazio alla discussione politica. Dopo le recenti affermazioni di Ciriaco De Mita che reputa “l’esercizio di capire chi ha vinto inutile”, registriamo l’intervento congiunto degli esponenti del Centrosinistra Alternativo Giuseppe Moricola e Amalio Santoro i quali, a differenza del leader di Nusco, partono proprio dall’analisi dei risultati concreti per ragionare sul futuro:
“Continuano le analisi del voto sulla recente tornata elettorale amministrativa e, ovviamente, continua il tormentone di partiti che si dichiarano comunque vincitori! Sulla stampa e nelle segreterie imperversa la conta secondo un copione che non considera la realtà che si è squadernata in questa campagna elettorale. Proviamo innanzitutto a dire chi ha perso.
Perde la politica quale capacità di far vivere, nel confronto sui governi comunali, temi drammatici come la crisi economica e sociale e quella, ormai endemica, della finanza locale. Espulsi dalla propaganda questi problemi ritorneranno nella gestione quotidiana dei governi territoriali e quanti, troppi, si sono lanciati nell’agone della competizione elettorale scopriranno ben presto che l’idea dell’assalto al forziere delle risorse amministrative sarà stata una vittoria di Pirro: la conquista dei municipi troverà casse vuote e comunità esigenti. Perdono, su questa strada, i partiti incapaci di dettare l’agenda di un confronto serio sulle cose da fare e quindi in balia e a traino di un civismo estremo che annulla le differenze, subisce il protagonismo individuale e , imperturbabile, si chiude in vecchie logiche notabilari e trasformistiche.
Dentro questo schema, perdono le comunità, orfane di riferimenti forti e illuminati, che arretrano sotto il peso dei loro bisogni e si concedono a pratiche di scambio che feriscono nel profondo la democrazia.
Nella volatilità di un simile contesto gli amministratori uscenti, quelli più bravi, rimangono quasi dei naturali punti di riferimento ed essi fanno bene a rivendicare le loro vittorie, insofferenti ai cappelli che si precipitano a mettere sulle loro imprese elettorali dirigenti di partito del tutto estranei alle realtà locali. Le loro affermazioni rischiano però di essere mutilate dal potere corrosivo di un sistema che agisce attraverso il ricatto delle richieste e la predisposizione alle concessioni, nella ferrea logica dell’accaparramento di un consenso condizionato e organizzato per famiglie e gruppi.
Queste elezioni squadernano una società in frantumi e una classe politica e amministrativa che la segue a ruota, implodendo come una maionese impazzita; alla politica invece si richiederebbe l’arte terapeutica di contenere le spinte alla disgregazione e di riorganizzare più forti strumenti di coesione, sociali, economici, culturali. Franano, sotto il peso delle loro irrisolte diatribe interne, le istituzioni sovracomunali come la Provincia e ancor più la Regione che si predispongono attraverso i loro rappresentanti ad una mediazione particolaristica rinunciando così, per meri tornaconti elettorali, a diffondere forme di autorganizzazione delle comunità svincolate dalle logiche dello scambio personale. Tutto questo è avvenuto in Irpinia e nei paesi chiamati a rinnovare i propri consigli comunali mentre da Milano, da Napoli, da Cagliari, dall’Italia salgono prepotenti sussulti di un nuovo protagonismo dal basso con il riconoscimento di persone serie, incardinate nel vivere civile e politico, espressioni premiate per la loro capacità di esprimere e rappresentarsi come alternativa credibile e popolare alla deriva inarrestabile del modello berlusconiano.
L’Irpinia che esce dalle recenti elezioni amministrative appare molto lontana da questi processi, quasi ermeticamente isolata da ciò che di nuovo e di importante si afferma alla ribalta politica nazionale, consegnata a partiti fotocopia, il Pd e l’UDC su tutti, che si sfidano in un risiko elettorale buono semmai a costruire le condizioni per un finale di partita che li vede accomunati nel perpetrare vecchi vizi, tralasciando il faticoso esercizio di nuove virtù. La parola “alternativa” sempre più si impone come la declinazione necessaria per fuoriuscire dal magma in cui stiamo affondando, per spezzare una stanca continuità, per recuperare tensione ideale e morale.
Il Centrosinistra Alternativo, che per tempo fu concepito come l’antidoto al decadimento dei valori ed alle pratiche di un vecchio centrosinistra, rispunta da questa tornata elettorale come una esigenza non nominalistica ma reale, di un rinnovamento possibile fatto di buone pratiche e onesti pensieri. Ora il Centrosinistra Alternativo può meno timidamente riprendere la navigazione chiamando ad un generoso contributo quanti, anche dopo questo voto, non ce la fanno più a vivere prigionieri del nulla”.
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