SPECIALE/ In Rai un monologo sul terremoto dell’80: “Data che ha segnato un prima e un dopo”

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Renato Spiniello – “Un fulmine nella terra”: così il direttore del Teatro dell’Osso di Napoli Mirko Di Martino, originario di Lioni, paese che ha conosciuto quel dramma, ha voluto descrivere il terremoto del 23 novembre 1980 che lacerò l’Irpinia, lasciando sul volto di questa meravigliosa terra una ferita che a distanza di anni fa ancora fatica a rimarginarsi.

A quel “fulmine” è dedicato un monologo di teatro civile, basato su articoli di giornale, testimonianze e documenti originali, che racconta, con ironia e crudezza, le storie delle vittime e dei soccorritori, i ritardi, l’impreparazione e gli errori commessi e che, dopo aver girato numerosi palcoscenici italiani, sbarcherà sul piccolo schermo grazie a Mamma Rai. Appuntamento su Rai 5 sabato 25 novembre alle 22:15, esattamente 37 anni, due giorni, due ore e 41 minuti dopo quel lampo che per 90 secondi squarciò la terra.

Un solo attore ad interpretarlo: Orazio Cerino, campano di Giffoni Valle Piana con una nonna di Calabritto, ma d’altronde, anche se il sisma dell’80 le ha colpite solo marginalmente, quelle zone non sono altro che un’estensione della stessa Irpinia.

Orazio, uscito dall’Università popolare dello spettacolo di Napoli e unito dal 2009 in diversi progetti a Mirko Di Martino, non nasconde la sua preoccupazione quando gli è stato proposto lo spettacolo.

“La mia paura – ci spiega – era di non riuscire a rendere tutta la bellezza del testo”. Da lì, come ogni buon artista che si rispetti, la decisione di documentarsi con filmati, fotografie dell’epoca e articoli di giornale, immedesimandosi nella parte senza escludere un tour tra quei piccoli paesi di montagna distrutti dal sisma.

“Vedere quei posti – ci dice – mi ha fatto capire che esiste un prima e un dopo, un’Irpinia che era e un’Irpinia che è. Andate a vedere Conza vecchia e Conza nuova per rendervene conto.

E in quelle terre – prosegue nel suo racconto – parlare di terremoto è quasi un tabù. In Friuli, dove abbiamo portato lo spettacolo, sono fieri della loro ricostruzione post sisma, hanno un museo e un festival del terremoto. In Irpinia, sarà per quella definizione di ferita aperta o perché in ogni famiglia si conta almeno una vittima, c’è ancora scetticismo nel parlarne. Uno stop alla linea di continuità temporale che non ha fatto bene alle nuove generazioni.

I nonni guardano ai nipoti e non si riconoscono, non possono più dirgli ‘anch’io ero così alla tua età’.”

Orazio, all’epoca del terremoto, aveva appena sei mesi, ma il suo percorso professionale lo ha portato ad essere portavoce, in giro per la nazione, di tutte quelle storie che non devono essere ignorate. “Ad esempio – ci dice – raccontiamo di un nipote che da Caposele va a trovare lo zio a Lioni e muore nel crollo del palazzo, mentre la sua di casa resta in piedi. Sono onorato di portarmi sulle spalle un peso del genere. Un attore deve riempire di emozioni le storie che interpreta, non è retorica, ma fare questo mestiere è più difficile di quanto sembri”.

A suggellare quei racconti, 37 anni dopo, ci ha pensato la Rai, all’epoca (nel 2010) tutt’altro che prevista, come svela ancora l’attore: “Sarà l’occasione per farle entrare finalmente in casa di tutti”.

Ma in Italia, come dimostrano i sismi di Amatrice ed Ischia, giusto per citarne alcuni, si continua a morire per terremoti superiori alla magnitudo 4.0. “Qualcosa è cambiato in termini di monitoraggio e in tempistiche di soccorso – spiega – è vero si continua a morire ma non per i terremoti, per l’edilizia sbagliata. Se ancora oggi si costruiscono case e palazzi con pochi spiccioli ignorando le norme di sicurezza, allora non è il terremoto a fare i morti, ma le costruzioni stesse. I carnefici siamo noi stessi che chiudiamo gli occhi. Ad esempio tra le macerie dell’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi, quando cadde nell’80, non c’erano tracce di ferro, ed era un ospedale”.

Le vittime di un sisma, tuttavia, secondo Cerino, non sono solo i morti, ma anche gli sfollati: “Il terremoto dell’80 causò 460mila senzatetto, oltre ai quasi 3mila morti. Ci sono anche le vittime della ricostruzione.

Una parte del monologo recita ‘quando sono state restituite le prime case e la gente è uscita dai container qualcuno ha detto, mangiamo in garage perché queste case nuove ci sembrano troppo belle per essere sporcate’.”

Dopo la parentesi sul piccolo schermo, dal 2018 lo spettacolo riprenderà a solcare i palcoscenici d’Italia con l’intento di posare un ponte sul fiume della memoria, provando a riallacciare i legami tra due epoche, due generazioni, due mondi che dividono la stessa terra.

Trent’anni fa c’era una terra che oggi non esiste più. In mezzo c’è una data – il 23 novembre del 1980 – e un terremoto lungo 90 secondi, che trentasette anni fa inghiottì case, chiese e ospedali, seppellendo sotto le macerie le donne che preparavano la cena, i bambini e gli adolescenti che giocavano in piazza e passeggiavano sul corso, i tifosi e gli sportivi che commentavano il 4-2 che l’Avellino rifilò all’Ascoli.

Il nostro racconto, a questo punto, si chiude anche qui, ma è doveroso, da uomo di cultura e spettacolo qual è, chiedere ad Orazio un giudizio sulla situazione che sta vivendo il Massimo cittadino ‘Carlo Gesualdo’.

“Uno scempio per una città della densità di Avellino non avere un teatro aperto, come possiamo invogliare i bambini a recitare se li chiudiamo in casa a guardare la mediocrità che offre le televisione. E’ in questo modo che si impara a fare le cose facili senza sforzarsi di essere migliori. In Italia si investe poco sulla cultura, ed è una vergogna.

La chiusura del ‘Gesualdo’ – chiosa l’attore – è figlia della mala gestione della politica, non so come i cittadini di Avellino possano accettare questa situazione, li invito a mobilizzarsi e fare qualcosa. Occorre investire nella cultura, svecchiare i direttori artistici e dare più fiducia ai giovani”.