SPECIALE/ Falcone, la camorra in Irpinia e gli attentati nel libro biografia del Procuratore Guerriero

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(Attilio Ronga) Puo’ un’autobriogafia trasformarsi in una carrellata sui maggiori protagonisti della storia del contrasto a mafia e camorra nel nostro Paese degli ultimi 40 anni? Se si tratta di un magistrato come Antonio Guerriero la risposta e’ affermativa. Perché ormai verso la fine di una carriera durata 40 anni, che tra qualche giorno si chiuderà alla guida della Procura della Repubblica di Frosinone, Guerriero ha deciso di mettere nero su bianco emozioni, incontri, indagini, amicizie e soprattutto esempi per i giovani. Ci sono anche gli attentati subiti e l’amicizia con Giovanni Falcone. “Il Sapore dell’ingiustizia: Indagini su mafia, terrorismo e corruzione nell’esperienza di un P.M. “, questo il titolo del libro edito da Historica-Giubilei Regnani, che pochi giorni fa e’ stato presentato nell’aula magna dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Con una presenza straordinaria, quella dell’ex Procuratore Antonio Gagliardi, 93 anni compiuti, che è stato uno dei modelli che hanno portato Antonio Guerriero a scegliere di fare il magistrato. Il 10 maggio sara’ presentato a Frosinone e successivamente anche ad Avellino. Nel corso della presentazione sono stati letti anche lunghi passaggi di questa autobiografia, che come leggerete più avanti e’ un testamento professionale alle nuove generazioni. “Ho fatto il magistrato per non impazzire di fronte alle ingiustizie”. Il sogno di Antonio Guerriero nasce sui marciapiedi della sua Mugnano del Cardinale, dove quel giovane, guardando e pensando agli amici che con lui condividevano le giornate organizzando giochi per tutto l’anno, riflettendo soprattutto che molti di loro non avevano gli stessi mezzi e ricorda “chiedevano come fosse il mare, perché non lo avevano mai visto”, già pensava a come avrebbe potuto sottrarre qualche sottrarre qualche “granello” a quelle montagne di ingiustizia avrebbe dato un senso alla sua vita. Tutto inizia nel 1978, quando aveva solo 24 anni, era consigliere di Prefettura ad Isernia, nominato Capo di Gabinetto, entro’ così, all’improvviso come racconta: nei meandri della macchina statale. La bellezza di paesaggi e scenari molisani che si scontra con “gli anni terribili”, quelli dal 1978 al 1980. “Morirono decine di persone” racconta Guerriero “vittime di mafia e terrorismo”. Qui nasce la voglia di diventare magistrato “per contrastare questi fenomeni criminosi. Proprio mentre preparava e superava il concorso in magistratura, nel febbraio e nell’ottobre del 1978 venivano uccisi a Roma dalle Brigate Rosse due valorosi magistrati: Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Nel maggio di quello stesso anno muore ucciso dalla mafia Peppino Impastato. Poi c’è il delitto del Procuratore di Frosinone Fedele Calvosa, insieme all’autista e un agente, mentre da casa si recava a Palazzo di Giustizia. Il destino avrebbe voluto che dopo 42 anni avrei svolto la stessa funzione ricoperta da Calvosa”.

Antonio Guerriero, autore del libro
Antonio Guerriero, autore del libro

UN GIOVANE MAGISTRATO DAVANTI AL BOIA DELLE CARCERI DELLA NCO

La vicenda che ha determinato la scelta di impegnarsi nel contrasto alle organizzazioni camorristiche fu la collaborazione di Pasquale Barra nella primavera-estate del 1982, scrive Guerriero: “Fui incaricato di ascoltarlo nel carcere di Foggia nell’ambito di una delle tante indagini che lo riguardavano in quanto responsabile di svariati omicidi e di un numero impressionante di altri reati che lo riguardavano come componente di rilievo dell’organizzazione camorristica denominata Nuova Camorra Organizzata. Ricordo ancora la scena di quando entrai nel carcere, Sezione Detenuti pericolosi, sottoposti al regime penitenziario e chiesi di incontrare Pasquale Barra. L’agente di custodia mi osservo’ attentamente e vedendo la mia giovane età mi chiese: così da solo volete sentire Pasquale Barra?” La risposta del giovane magistrato fu: “perché come lo devo interrogare?”. L’agente allora con un sorriso di comprensione mi rispose che “il detenuto che volevo ascoltare era noto per la sua particolare violenza, tanto che era noto con il soprannome di “o animale’ o anche “boia delle carceri” in quanto tra i molti efferati omicidi che aveva compiuto c’era anche il delitto di Francis Turatello nel carcere di Basu e Carros a Nuoro, colpendolo con numerose coltellate e dilaniando poi dilaniando il suo corpo. L’agente si raccomando’ pii volte di farmi accompagnare dal personale penitenziario ma io optai per incontrarlo da solo, affrontando anche il timore e la paura di un’aggressione. Era un uomo abbastanza alto, con una corporatura muscolosa, una folta barba gli incorniciava il volto. Attese qualche secondo prima di parlare e si guardava intorno, poi con fare ironico chiese: “dotto’, mi sorprendete. Siete da solo? Quando tutti si fanno accompagnare da tante guardie. Ed io di rimando: non ci conosciamo e non ti ho fatto nulla di male: perché dovrei preoccuparmi. La risposta lo aveva colpito e con fare sempre ironico e beffardo, disse: dotto’, allora siete la persona adatta. Voglio raccontarvi delle dinamiche dell’organizzazione Nco. Raffaele Cutolo si è scordato degli amici. Gli dissi: se volete rendere dichiarazioni non avete che compilare l’apposita richiesta ed inviarmela. Dopo qualche giorno giunse la richiesta da parte di Barra. L’importanza delle dichiarazioni che avrebbe dovuto rendere, data la mia inesperienza, mi spinsero a chiedere al collega Apperti, se potessimo ascoltarlo insieme. Raccogliemmo in decine di pagine le sue dichiarazioni, che descrivevano una vastissima organizzazione criminosa denominata Nco, capeggiata da Raffaele Cutolo e composta da svariate centinaia di componenti. Riuscimmo a capire che Barra si era sentito scaricato da Raffaele Cutolo a seguito dell’omicidio di Francis Turatello e temeva per questo gravi ritorsioni. lo scenario fornito dalle sue dichiarazioni era impressionante. Descriveva una ramificata organizzazione camorristiva che controllava ben tre regioni: Campania, Puglia e Lazio. Capace di impadronirsi delle chiavi economiche di questi territori sottoponendo le imprese ad estorsioni, veicolando i pubblici appalti ad imprese di gradimento della organizzazione. Ricordo che per l’occasione incontrai Lucio Di Pietro, Franco Roberti e i colleghi della Procura della Repubblica di Napoli, che stavano sviluppando le indagini su questa feroce organizzazione mafiosa. Iniziando un rapporto professionale e di amicizia che su sarebbe rafforzato con il mio successivi trasferimento alla Direzione Distrettuale zmAntimafia di Napoli . Le dichiarazioni di Pasquale Barra si susseguirono, fino all’estate del 1982 e vennero ricostruiti scenari sempre più inquietanti”.

L’ATTENTATO A GAGLIARDI

“La mattina del 13 settembre 1982 ero rientrato a casa- racconta nel suo libro il magistrato- in visita da mia madre, quando arrivo’ in modo trafelato un Carabiniere, che mi informo’ che poco distante da lì era stato attuato un agguato ai danni di Antonio Gagliardi. Quando giunsi sul posto vidi una scena indescrivibile. L’auto blindata che aveva trasportato il magistrato era rovesciata e si trovava all’interno della cunetta laterale alla strada con le ruote verso l’alto. Le fiancate erano crivellate da colpi di proiettile. Alcuni vetri erano in frantumi. Gagliardi era stato da poco estratto dall’auto, era ferito, era stato prontamente condotto all’ospedale di Avellino per prestagli soccorso. Seguii l’ambulanza con la mia auto e raggiunsi l’ospedale per verificare le sue condizioni. Nonostante il trauma ricevuto Gagliardi si preoccupo’ subito che una sua borsa con documenti importanti non andasse dispersa. Un’intervista pubblicata sui giornali il 15 settembre del 1982 mentre ancora si trovava ricoverato in Ospedale ad Avellino, risulto’ una autentica dichiarazione di guerra all’organizzazione camorristica. Alla domanda del giornalista riguardo ad una eventuale richiesta di trasferimento dopo l’aggressione subita, rispose: “se un magistrato dovesse cedere alle minacce della delinquenza organizzata, la giustizia nel nostro Paese sarebbe finita. No. Non vado via, rimango qui. Quando tornai a lavorare a Foggia, Pasquale Barra mi avverti’ che gli esponenti della Nuova Camorra Organizzata che avevano compiuto l’agguato, avrebbero sicuramente completato l’opera all’ospedale di Avellino. Allora sollecitai l’immediato trasferimento di Gaglairdi. Barra nell’interrogatorio mi disse: avete visto? Le cose che vi ho detto sono vere. La camorra vuole dividere con la politica tutti i soldi del terremoto. gagliardi avrebbe fatto una brutta fine. ricordo che successivamente mi incontrai a Roma con Gagliardi, dove era stato trasferito per essere curato e protetto, nel frattempo era stato nominato Procuratore della Repubblica di Avellino ed era rimasto senza sostituti. Fu allora che mi chiese di lavorare con lui. Mi disse: mi farebbe piacere, dopo che hai fatto il tirocinio con me, se potessi venire a lavorare nella Procura di Avellino. Ma ti avverto: la situazione è molto rischiosa. Accettai, pur sapendo che avrei messo a rischio la mia vita. Tuttavia non potevo sottrarmi alla richiesta di Antonio Gagliardi. Me lo imponeva la mia coscienza. In fondo, dissi tra me e me sorridendo, e’ scritto nel mio nome il mio destino, nel mio cognome. Se anche dovessi rimanere ucciso, almeno avrò lottato e dato un senso alla mia vita. Fui piacevolmente colpito dalla reazione di mia madre, quando seppe della mia decisione. Non tento’ di dissuadermi e mi disse: fai bene, non puoi sottrarti a questo impegno, la camorra sta uccidendo il nostro territorio”.

L’EX PROCURATORE: INSIEME ABBIAMO SFIDATO LA NCO IN IRPINIA

Antonio Gagliardi, ex procuratore Avellino
Antonio Gagliardi, ex procuratore Avellino

Antonio Gagliardi, medaglia d’oro al valore civile, Procuratore della Repubblica di Avellino e di Latina, che a 93 anni non ha fatto mancare la sua presenza alla “prima” del libro del magistrato a cui è legato da una profonda amicizia e, come si legge nella pagine dell’opera autobiografica ma anche nell’intervento del magistrato ormai da anni in pensione nell’aula magna di Cassino. “Tanti ricordi sono emersi dalla mia memoria che, nonostante gli anni, e’ ancora lucida- ha spiegato Gagliardi- Ho ricordato quando Antonio Guerriero fu nominato magistrato. Venne nel mio studio con suo padre, gli porsi i miei auguri. Poi Antonio andò in una sede vicina, ma ricomparve rapidamente quando io subii quel grave attentato. l’Irpinia era stata letteralmente conquistata dalla malavita organizzata, la Nuova Camorra Organizzata, che aveva acquisito un impianto di calcestruzzi, un impianto di nessuna importanza, ma che celava il proposito di assumere il monopolio della ricostruzione. Un affare di miliardi. Fu allora che io misi la firma alla mia uccisione. Sequestrai questo impianto e mandai in soggiorno obbligato al Nord tutto il gruppo malavitoso che faceva capo alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Tentarono di avvicinarmi, rifiutai ogni contatto e sottoscrissi allora la mia condanna a morte. Avevo ottenuto da qualche giorno una macchina blindata, allora era difficile perché erano pochi questi veicoli a disposizione. E quel giorno del 13 settembre, che non dimenticherò mai, lungo la strada che portava ad Avellino, sul tratto di strada dopo Baiano, nella zona di Mugnano, la mia macchina fu avvicinata da un’altra macchina da cui iniziarono a grandinare i proiettili. La macchina resisteva, il vetro blindato faceva rimbalzare i proiettili. Fummo spronati da due macchine che contemporaneamente ci mandarono fuori strada. La macchina si capovolse e alla ripetuta esplosione di proiettili, il vetro blindato cedette. Fu introdotta la canna dell’arma nel veicolo e vi furono esplosi centinaia decine di colpi. Alla fine ne furono raccolti un centinaio. Fui colpito, per fortuna non in modo mortale da una decina di proiettili, qualche ferita fu più incisiva e fui poi operato all’ospedale di Avellino. Io li sentii che andavano via, dicendo: e’ morto, possiamo andare. E bruciarono una delle loro macchine, che era rimasta incidentata nella collisione”. Cosa avvenne dopo? Lo spiega sempre lo stesso Gagliardi, plaudendo al coraggio di Antonio Guerriero: “Comincio’ allora una guerra spietata contro la malavita. E non fui solo. Devo dire che tra i primi ad accorrere al mio capezzale in ospedale fu Antonio Guerriero. Fu tra i primi ad accorrere e starmi vicino e devo dire che con coraggio, chiese subito di collaborare con me in questa impresa che sembrava quasi disperata. La Nuova Camorra Organizzata si era impadronita della Campania, dominava l’Irpinia, il salernitano, sembrava invincibile. Ma noi la sfidammo. La sfidammo mandando al soggiorno obbligato la maggior parte dei suoi esponenti che si erano introdotti nella zona. Fu un’operazione difficile, ma non cibfacemmo indietro neanche di fronte al pericolo che incombeva. Tutti i giorni ci muovevamo nell’auto blindata con la scorta e Antonio Guerriero mi chiese di accompagnarlo sempre in queste circostanze. Mi fu veramente vicino e ne ammiro tuttora il coraggio che dimostro'”.

GIOVANNI FALCONE E L’ESTRADIZIONE DEL BOSS DEL CLAN GRAZIANO

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Un altro passaggio significativo del lobro di Guerriero e’ quello del suo rapporto con Giovanni Falcone, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1992: “Quando il Consiglio Superiore della Magistratura decise di affidarmi, nel novembre del 1989 una Relazione nell’ambito della formazione dei magistrati sui nuovi reati tributari- scrive Guerriero- ed in particolare sulle indagini bancarie, poi pubblicata sui Quaderni del Csm, chiesi al collega Falcone, che aveva esperienza sulla questione, la relazione sulle metodiche di indagine utilizzate in alcuni noti processi, in cui proprio la traccia bancaria, lasciata da alcune operazioni di esponenti della mafia, era stata utile per risolvere importanti indagini. Giovanni Falcone aveva effettuato una serie di relazioni su queste nuove tecniche di indagine e cortesemente mi trasmise questo materiale. Fu l’occasione per rafforzare il nostro rapporto. Gran parte delle riflessioni avute con Giovanni, delle telefonate e degli scambi di documentazioni sono contenute nelle numerose relazioni che anche negli anni successivi svolti per il Csm….esposi le esperienze di studio dei magistrati siciliani e campani nell’individuare la dimensione imprenditoriale delle organizzazioni mafiose e gli enormi flussi economici che consentivano di finanziare le attività illecite ed insinuarsi nella maggior parte degli appalti pubblici. Negli anni successivi fui relatore degli incontri di studio organizzati dal Csm. Insieme a Giovanni divulgamo tra i colleghi le nuove tecniche di indagine e l’enorme numero di lavoro che teneva conto delle informazioni provenienti dalle banche dati. Nel frattempo conducevo complesse indagini nei confronti delle organizzazioni camorristiche presenti nel Vallo di Lauro, capeggiate dalle contrapposte famiglie dei Cava e dei Graziano. Le due famiglie, legate a gruppi contrapposti, si erano rese responsabili di una lunga e sanguinosa faida, che ha determinato l’uccisione di decine di persone delle rispettive famiglie, culminata in quella che fu definita la “strage delle donne” del 2002. Infatti, in questa cruenta contrapposizione erano rimaste vittime anche persone innocenti come Nunziante Scibelli, la cui sola colpa fu quella di passare per le strade del Vallo di Lauro con lo stesso tipo di automobile che avevano gli esponenti del clan Cava, veri obiettivo dei killer. Gli esponenti del clan Graziano crivellarono di colpi l’auto di Nunziante Scibelli, che fu ucciso, mentre la moglie rimase fortunatamente incolume. Poco tempo dopo diede alla luce una splendida bambina. I casi della vita vollero che la donna, scampata con la figlia all’agguato, sarebbe diventata una dipendente della Procura della Repubblica di Sant’Angelo dei Lombardi, quando fui designato a dirigerla. L’unica misura custodiale rimasta ancora non eseguita nei confronti del clan Graziano era rimasta quella nei confronti di Manzi Antonio Orlando, appresi che era stato arrestato per traffico di droga negli Stati Uniti, a Springfield nel Massachussets e ne chiesi l’estradizione alle competenti autorità. La mia richiesta di estradizione tardava ad essere eseguita, quando nella primavera del 1991 mi chiamo’ improvvisamente Giovanni Falcone, dicendomi: Antonio, ci sono due magistrati americani che vogliono parlare con te, sto organizzando un incontro a Roma e vorrei che partecipassi anche tu, visto che uno dei pochi casi concreti da valutare è proprio la tua richiesta di estradizione. Sapevo che il collega aveva accettato di dirigere gli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia e dei rilevanti contrasti avuti con settori del mondo della politica e della magistratura. Molti non avevano compreso che questo ruolo al Ministero della Giustizia, consentiva a Giovanni di portare avanti le idee maturate in tutti quegli anni. Poteva finalmente promuovere la realizzazione di organismi di coordinamento nelle indagini di mafia, aveva compreso che però fenomeni così vasti e complessi potevano essere contrastati solo attraverso un adeguato coordinamento investigativo. Giovanni mi aveva esposto queste idee, pertanto non fui sorpreso della sua scelta di andare al Ministero, non aveva scelta. Dalle proposte di Giovanni sono nate la Direzione Nazionale Antimafia, le Direzioni Distrettuali Antimafia e la Direzione Investigativa Antimafia. Grazie alla sua opera sono migliorati i rapporti con i magistrati degli Stati Uniti e di molti altri Paesi. Accettai con piacere l’invito, anche perché mi avrebbe consentito di conoscere meglio il sistema giudiziario americano e rendere più rapida la trattazione della procedura di estradizione. Nei giorni successivi andai a Roma, prima al Ministero della Giustizia, dove incontrai Giovanni Falcone e poi insieme ad altri magistrati tra cui Lucio Di Pietro e Margherita Cassano a Villa Taverna, sede ‘dell’ambasciatore americano Peter Secchia, che organizzo’ un ricevimento al quale parteciparono i magistrati americani e quelli italiani. Giovanni Falcone fu molto gioviale, quando mi vide mi disse sorridendo: ecco un vero guerriero, alludendo al mio cognome. Mi confermo’ che aveva letto la mia relazione sulle indagini bancarie e aggiunse che la trovava interessante, ritenendola strumento fondamentale per ricostruire la dimensione economica delle organizzazioni mafiose. Gli dissi che ero onorato del suo invito, che mi consentiva di conoscere i colleghi americani. Anche perché nel corso delle indagini era emerso che gli esponenti delle organizzazioni camorristiche del Vallo di Lauro, avevano sviluppato traffici di droga con importanti organizzazioni italo-americane esistenti nel Massachussets. Gli ricordai una sua frase che mi era piaciuta sul fenomeno del riciclaggio: il denaro ha le gambe della lepre ed il cuore del coniglio. Lui mi sorrise annuendo. Erano passati solo pochi mesi dal mio incontro con Giovanni Falcone, quando il 23 maggio 1992 alle ore 17:56, il sismografo di Monte Cammarata registro’ delle oscillazioni anomale nella Sicilia Occidentale, comunicando l’avviso alla Protezione Civile. Con sbigottimento i tecnici compresero che non era un terremoto, ma mezza tonnellata di tritolo che aveva fatto saltare in aria un vasto tratto dell’autostrada che da Punta Raisi porta fino a Palermo, uccidendo Giovanni Falcone e la sua scorta……la notizia della sua morte determinò in me un’ondata di forti emozioni, quel momento e’ ancora indelebile nella mia mente, il pensiero andò ai colloqui avuti con Giovanni, fino all’incontro di pochi mesi prima a Roma. Pensai che i collusi con le mafie fossero riusciti nel loro intento”.

GUERRIERO AI RAGAZZI : IL LIBRO SCRITTO PER VOI, AVETE BISOGNO DI MODELLI

La chiusura affidata al Procuratore Antonio Guerriero: “Ai ragazzi voglio dire: questo libro l’ho scritto per voi, perché noi la nostra vita l’abbiamo fatta. Quello che ho fatto è stato possibile perché avevo dei modelli come Antonio Gagliardi. Voi non avete bisogno di parole, quelle non servono a niente, avete bisogno di fatti. I giovani hanno bisogno di esempi concreti, non di chiacchiere inutili. Io avevo questi modelli, che mi hanno ispirato per un’intera vita”. E racconta anche degli attentati subito dopo la vicenda di Gagliardi.

UN MAGISTRATO SOTTO TIRO

“Capii che l’organizzazione avrebbe colpito chi stava facendo le indagini- scrive Guerriero- ovvero l’unico sostituto che in quel momento stava ad Avellino. E poi individuammo, grazie a valorosi rappresentanti delle forze dell’ordine, penso ad Angelo Agovino, che poi è diventato generale, poi c’era dall’ altra parte mio suocero, che è stato questore di Avellino, prefetto, noi individuiamo una ragazza che ci fa capire tutto l’agguato, perché aveva ospitato i suoi aggressori. Questa ragazza collabora con me e racconta che uno degli aggressori, vedendolo in televisione esclama: “ah Gagliardi, mi sei sfuggito ancora una volta”. E così riuscimmo a capire mandanti ed esecutori. A quel punto l’organizzazione capi’ che il pericolo ero io. E iniziarono una serie di danni all’abitazione, mi spararono vicino casa. Una notte sognai mio padre che mi disse: guarda, questi ti vogliono ammazzare. E chiamai i Carabinieri della vicina Compagnia e la mattina dopo trovarono quattro persone sotto casa armati, che mi stavano aspettando. Ma non fini’ qui. Perché un giorno mentre stavo nello studio, sentii la finestra di casa mia che saltava in aria. Era un colpo di carabina che invece di colpirmi, colpi’ l’infisso di casa mia. Poi, quando mi sono sposato, ad un certo punto noi la notte non dormivamo più. Ogni notte ci squillava il telefono, che ci riempivano di improperi e minacce. Una volta, mentre ero ad un corso, arriva a casa un pacco a forma di bomba. Avevano fatto capire che potevano arrivare a casa e mettere una bomba. Per cui il messaggio era chiaro: stai attento a quello che stai facendo, perché puoi compromettere la vita della tua famiglia. Voi capite cosa significa? Io potevo decidere della mia vita, ma non potevo decidere della sorte di mia moglie. Poi capirono che non potevano fare nulla in quel modo e sono iniziate le denunce anonime, cercando di screditare. Voi capite l’isolamento in cui ho vissuto moltissime indagini? Quando colpisci il potere questo tenta di isolarti. E quindi il sapore dell’ingiustizia. Perché questo titolo? Se lo chiedessi ad ognuno di voi cosa sia la giustizia, ognuno mi direbbe qualcosa di diverso. Ma tutti voi sapete cos’è l’ingiustizia. Perché c’è stato un momento della vostra vita in cui qualcosa che vi spettava vi è stato tolto, perché un vostro diritto e’ stato colpito, perché la vostra personalità non è stata rispettata. Quindi noi sappiamo qual è il sapore amaro dell’ingiustizia. E qui capiamo l’importanza della giustizia. Avere una magistratura indipendente, autonoma, perché il potere deve avere un limite, se non vuole raggiungere una dimensione tale da incidere sulla libertà democratica”. E tante altre sono le storie e le testimonianze nel libro.