Riunchiusi in manicomio perchè omosessuali. Storie dal ventennio nell’incontro di ApplePie

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“Quel vizio abominevole… Lo stigma fascista dell’omosessualità”. È stato questo il tema dell’incontro di oggi organizzato da Apple Pie al Centro sociale “Campanello” di Mercogliano con la collaborazione della CGIL, dell’ANPI e dell’Associazione Laika.

Ieri il fascismo diffuse la paura di essere diffidati, di subire un’ammonizione giudiziale; in quegli anni l’omosessualità era considerata un vizio abominevole, minaccia all’”italica virilità”.
Oggi il nostro Paese va al seguito di chi attua politiche restrittive delle libertà e dei diritti delle persone Lgbtq+. Da qui l’incontro proposto da Apple Pie su ciò che è stato, sull’inizio di una narrazione negativa e distopica dell’omosessualità. Ospite Mimmo Limongiello, vicepresidente ANPI provinciale (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia).

Emblematica la storia raccontata da Limongiello del calvario durato 2 anni vissuto da un uomo appena 30enne arrestato a Torino nel 1928 e poi trasferito nel manicomio di Collegno, accusato dal fratello per averlo aggredito. Gilberto (nome di fantasia) appartiene ad una famiglia benestate della borghesia torinese. Laureato in giurisprudenza, persona dal carattere deciso, omosessuale. Vive però un contrasto con il fratello, medico in vista, esponente del fascismo torinese, per ragioni di eredità. Il fratello, quindi, punta a toglierlo di mezzo, lo accusa di devianza e secondo l’ordinamento penale dell’epoca Gilberto viene subito definito pricoloso per l’ordine pubblico, un pazzo, una persona pericolosa per sè stesso e per gli altri. A Collegno, tra l’altro, vi finivano anche politici “scomodi”.

Gilberto in manicomio scrive un memoriale di 30 pagine in cui racconta tutto quello che gli succede e lo manda alla Procura della Repubblica di Torino che lo gira al manicomio, resterà quindi allegato alla cartella clinica del “paziente” e così è stato possibile conoscere bene la sua storia e comprendere ciò che succedeva a queste minoranze.
Lui però non smette mai di lottare affinchè siano riconosciuti i suoi diritti, interloquisce con i medici, scrive lettere lucide, documentate e molto determinate per dimostrare di non essere pazzo. Insomma in manicomio non si lascia andare, non si arrende fino a quando alcuni medici si rendono conto che lì ci sta ingiustamente e decidono di dimetterlo dichiarando che è pienamente capace di intendere e di volere.

La fortuna di questo giovane uomo è stata quella di avere una carattere forte e una cultura ma quanti invece nella stessa situazione sono stati sopraffatti dagli eventi e definiti pazzi e deviati solo perchè omosessuali? E storie come queste di persecuzioni alle minoranze durante il ventennio ne sono state ricostruite tante per far luce sulle atrocità vissute.

A seguire il dibattito la proiezione da parte dell’Associazione Laika di alcuni spezzoni di film per un excursus su come la cinematografia ha affrontato il tema.
L’incontro rientra nella serie di eventi organizzati da “ApplePie: l’amore merita LGBT+” una sorta di conto alla rovescia in vista dell’Irpinia Pride del 10 giugno che vedrà quale madrina la rapper BigMama.