Solofra – C’era una volta il polo conciario, valido modello di distretto industriale nel cuore dell’Irpinia… Se dovesse proseguire la spirale sfavorevole che da tempo investe il settore delle pelli, e non solo a livello locale, il rischio è che davvero della zona industriale solofrana resti solo il ricordo di un contesto produttivo passato nei decenni dai ‘fasti’ alle ‘polveri bagnate’ del declino. E’ questo purtroppo l’ennesimo scenario a tinte scure che emerge dall’Irpinia, terra che quando c’è da parlare di economia, produzione e sviluppo riesce a mantenere, salvo rare eccezioni, una triste quanto regolare coerenza: quella del trend negativo. Lo conferma, tra gli altri, Franco Fiordellisi, Segretario Provinciale Filcem-Cgil, scettico sulle prospettive di rilancio a stretto giro del comparto, che nella sua analisi prova ad esaminare cause e possibili ricette per le patologie del ‘gigante malato’. “La tendenza generale – spiega – non è confortante. E il polo conciario di Solofra non è certamente escluso dalle circostanze imposte dalle nascenti dinamiche globali. Come il settore tessile, al quale la pelletteria è strettamente connesso, a far soffrire la produzione industriale sono i cali nei consumi, che riducono la domanda d’abbigliamento e che si riflettono evidentemente sulla numerosità e consistenza delle commesse, ma anche la spietata concorrenza di nazioni emergenti sul mercato. E’ il caso di India, Cina, Pakistan ed alcuni paesi africani – informa – che hanno fatto irruzione sul mercato a prezzi aggressivi, guadagnando quote di produzione a discapito dei vecchi contesti”. Un quadro generale, dunque, quello che si va profilando, dove è soprattutto il volume d’affari a subire una drastica riduzione. Ma proprio questo aspetto, per Fiordellisi, potrebbe trasformarsi da minaccia ad opportunità. “Se il mondo copre la ‘quantità’ della domanda – afferma – allora è bene che il polo conciario punti all’eccellenza e alla differenziazione di prodotto, anche attraverso ulteriori conversioni industriali, come quelle già registrate in alcuni casi, laddove necessario”. In una parola: qualità.
Il distretto solofrano allo stato consta di 40/50 imprese, tutte medio piccole e spesso a conduzione familiare, ad esclusione di un paio di aziende che superano i cinquanta dipendenti. Di queste sono circa 8 quelle che operano come committenti dirette, meno di una trentina quelle che alternano gli ordinativi senza intermediari al ruolo di ‘terzisti’ e tutte funzionanti ‘conto terzi’ le restanti. “Un contesto variegato – ammette Fiordellisi – che non aiuta il comparto ad ‘imporsi’. Perché se è vero che bisogna puntare alla qualità – incalza – è altrettanto vero che per farlo sarà necessario remare tutti nella stessa direzione”. E qui entra in gioco un altro fattore determinante: la cooperazione. Quintessenza stessa del modello ‘distretto industriale’, che non sempre ha funzionato correttamente nella città della concia. “Non basta uno slegato interscambio pressoché limitato all’aspetto informativo per sviluppare il mercato – osserva – Se una volta era il distretto a dettare le regole, oggi la realtà è che bisogna subire le condizioni globali. Nuove modalità di acquisto, attraverso consistenti lotti di materie prime, ma anche di vendita, impongono nuove sinergie per riacquisire potere contrattuale”. Quali le leve, a questo punto, da attivare per compattare le fila del distretto? La proposta di Fiordellisi: “Inquadrare la normativa europea come un’opportunità. Il progetto Emas ne rappresenta un valido esempio. Acquisire i requisiti necessari per l’accesso, attraverso una gestione eco-compatibile del territorio, potrebbe rappresentare non solo una vetrina per le aziende solofrana, con un ritorno sia in termini di immagine che di sviluppo della produzione, ma anche l’occasione per una ‘scrematura’ del comparto, con una selezione naturale delle aziende che davvero ci credono ancora. Finora purtroppo – sottolinea – si è fronteggiata la crisi agendo direttamente sui costi del lavoro. Licenziare dipendenti è una soluzione di breve respiro che mortifica l’occupazione e non getta nessuna base per il rilancio”. Non tutto forse è perduto quindi per il polo conciario, ma il segretario Filcem avverte: “Le prospettive restano cattive, ora la vera sfida è mantenere l’esistente. E’ chiaro d’altro canto che anche le istituzioni dovranno assumere un ruolo chiave per il rilancio, con un fattivo sostegno alla cooperazione. La creazione di un consorzio di coordinamento tra le industrie e l’emersione di qualche leader tra gli imprenditori conciari, negli ultimi anni assente, potrebbe rappresentare il viatico giusto”. E in questo senso Fiordellisi si sofferma sul punto-servizi del polo conciario, il Centro Eccellenza Pelli. “Idea interessante – dichiara – ma bisogna comprendere bene quale sia il suo corretto funzionamento. Se riuscirà ad essere dinamico ed aggregativo, in particolare un coagulante per le piccole imprese, e non strumentalizzato a ‘furberie’, allora potrà giocare un ruolo importante. Ma in ogni caso – conclude – il rilancio del polo avrà difficilmente tempi brevi”. Anche il 2009, insomma, si prospetta come l’ennesimo anno di passione per la concia ‘made in Irpinia’. (di Eddy Tarantino)
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