Pd, il giudizio di Antonacci: “Allo stato è un contenitore vuoto”

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Atripalda – Riceviamo e pubblichiamo la nota di Salvatore Antonacci, componente della Segreteria Provinciale dei Ds:

La sfida del 14 ottobre rappresenta un momento epocale per il futuro del quadro politico italiano modificandone assetti, luoghi e geometrie politiche. Le motivazioni che portano alla costruzione del PD hanno profonde radici nel passato; le storie politiche di DS e Margherita si intrecciano già nella seconda metà degli anni ‘70, allorché l’indimenticato Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI, con la forza e con la tenacia che caratterizza i sardi, sostenne l’idea della ricerca della cosiddetta “terza via” da individuarsi nella possibilità di una forma di governo per l’Italia attraverso il famoso “compromesso storico” teorizzato ed immaginato anche da Aldo Moro. Tutti sanno poi come è andata la storia; le vicissitudini politiche italiane e internazionali che si sono susseguite nei successivi venti anni hanno portato nel 1996 alla costruzione in Italia dell’Ulivo. La nascita dell’Ulivo, come alleanza di coalizione, rappresentò la condensazione di due grandi pensieri politici in un’azione comune e sinergica legata ad una prospettiva politica ambiziosa ovvero la costruzione di un soggetto politico capace di racchiudere dentro di sé tutti quei “riformismi”, laici e cattolici, legati ai cambiamenti e alle nuove domande della società italiana. Il partito democratico letto in questa chiave rappresenta, dunque, l’elemento di sintesi di una impostazione politica e sociale dell’Italia di questi anni. La domanda di semplificazione della politica e l’individuazione netta di responsabilità dell’agire amministrativo rappresentano le due principali richieste dell’elettore medio italiano; infatti la nascita del Partito Democratico va letta ed inquadrata anche nel tentativo della riduzione del numero dei partiti politici presenti nell’arco costituzionale italiano. Motivazione di ciò è da ricercare in relazione al fatto che la eccessiva frammentazione e gli svariati linguaggi politici utilizzati rappresentano non diversità di vedute e di esercizio della democrazia ma posizionamenti vecchi e personalistici di apparati burocratici politici. Del resto alla costruzione del partito democratico si accompagna, contemporaneamente, la discussione e l’individuazione di un modello di legge elettorale che tende alla identificazione chiara della compagine di governo e di quella che è all’opposizione, nell’esercizio democratico del principio dell’alternanza. La costruzione del nuovo soggetto politico rappresenta perciò, una condizione storica di indicibile valore e di straordinaria opportunità politica. Non va sottaciuto infatti che i mutamenti della società italiana, culturali, sociali ed economici, non trovano più asilo e capacità di ascolto e soluzione nei partiti politici attuali. Infatti lo scenario politico italiano ci consegna due pericolose deviazioni, una rappresentata dai meccanismi farraginosi di burocrazia interna dei partiti storicamente conosciuti, incapaci di trovare soluzioni, piccole e grandi, ai problemi dell’Italia, l’altra invece rappresentata da una semplificazione populistica e mass-mediologica di partiti nati nell’ultimo decennio, (fenomeno Forza Italia) attraverso proclami ed editti di novelli celoduristi e di uomini della Provvidenza di triste memoria fascista. Da qui la necessità di gettare le basi per un percorso comune capace di rispondere in maniera chiara e intelligente a tutte le motivazioni sopra espresse. La costruzione di tale ambizioso progetto, dunque, necessita di straordinari e forti entusiasmi capaci di liberare energie nuove e di aggregare attorno a questo pensiero intelligenze, passioni, spaccati di vita comune, esigenze semplici e complesse, insomma di racchiudere dentro di sé il modello di vita del cittadino medio italiano. Fin qui i buoni propositi! Purtroppo, però, vanno registrate delle difficoltà e delle modalità per la costruzione del partito democratico che, a mio parere, rischiano di vanificare, di rallentare e di appesantire fortemente il processo costituente. Appare tutto sommato eccessivamente macchinoso il processo che dai vertici nazionali è stato impostato per la realizzazione del Partito Democratico nei vari livelli. Devo dire che sarebbe stata decisamente più affascinante l’ipotesi della costruzione del partito democratico attraverso una straordinaria partecipazione popolare, capace, partendo dal basso, di realizzare non solo il partito ma anche di formare il nuovo gruppo dirigente. Sarebbe stato più intelligente, forse, partire dalle esperienze locali, miscelando insieme le classi dirigenti dei DS e della Margherita, con il compito di “aprirsi realmente” alla cosiddetta società civile, assumendo come impostazione la capacità di ascolto “del mondo esterno” rispetto alla politica; tutto questo, al momento, non si è registrato. La sensazione che si avverte è una sorta di “si salvi chi può”, dove la costruzione delle liste regionali e nazionali di supporto a questo o quel candidato a segretario nazionale rischino di rappresentare solo la collocazione di “personaggi politici” pronti ad assaltare l’ultimo treno che passa e che porta verso il cambiamento; cambiamento che fino a pochi mesi fa è stato osteggiato in tutti i modi e in tutti i luoghi dagli stessi. O meglio, per dirla con tutta franchezza, l’incapacità di generare una stagione politica nuova passa per la perpetrazione non solo di una stagione politica vecchia ma anche per il mantenimento in vita di giurassici individui in via di estinzione. Gli attuali modelli suggeriti dai livelli nazionali purtroppo denotano la riproposizione, attraverso “finti meccanismi nuovi”, degli stessi mali e degli stessi sistemi che affliggono i partiti attuali, dando inoltre, la sensazione che tale operazione sia essenzialmente funzionale alle sorti del governo nazionale in carica. Infatti, al di là della ressa sulle indicazioni dei candidati a segretario nazionale, la discussione su quello che è e su quello che sarà il Partito Democratico appare decisamente piatta. L’esigenza di dover indicare un timoniere forte, capace di procedere senza timori lungo la rotta del riformismo sembra, e di fatto lo è, aver preso il posto di quel laboratorio di idee e di emozioni che doveva essere l’humus per la costruzione del nuovo soggetto politico. Al momento, al di là di questa pseudo fase costituente, il contenitore del Partito Democratico appare desolatamente vuoto del suo contenuto. Avrei preferito, e come me penso la stragrande maggioranza dei futuri aderenti al PD, avere la possibilità di ragionare di come si possa costruire in Italia una politica della garanzia dei diritti civili per tutti senza distinzione di sesso, età, religione o colore della pelle, una politica del lavoro attiva capace di rispondere alle esigenze dei lavoratori e degli imprenditori, una corretta politica ambientale legata alla tutela del territorio e alla qualità della vita dei cittadini stessi, una nuova politica sull’energia e sulle fonti rinnovabili, insomma una nuova politica capace di rispondere in maniera uguale e solidale ad ogni bisogno del singolo cittadino. Al momento, purtroppo, tutto questo non c’è! E se c’è non si vede! Inoltre, sulla scorta di quanto detto appare davvero strumentale e sostanzialmente inutile la tensione che a più livelli, soprattutto per quanto riguarda il livello regionale, si registra sulle figure dei candidati a segretari con veti incrociati che potrebbero trasformarsi nel rischio clamoroso di liste regionali separate dei DS e della Margherita. Come dire, il Partito Democratico si costruisce non attraverso una osmosi dei due maggiori partiti ma sulla base di uno conflitto atavico che francamente lascia il tempo che trova. Dico, in tutta onestà, che non mi affascina e credo che non interessi più a nessuno la logica dello scontro tra vecchi comunisti e vecchi democristiani; il mondo e l’Italia sono cambiati ed è arrivato il momento che cambi definitivamente anche il modo di pensare della gente irpina e dei campani in generale. Naturalmente, e non lo dico in maniera ironica, il vero rischio che si corre nella costruzione del Partito democratico, nella realtà regionale e locale, è che si faccia finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. Ai posteri l’ardua sentenza.

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