Patto con le n’drine per la coca e quota del pizzo ai Cava: condannato il boss

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NOLA- La Cassazione conferma la condanna per il gruppo che imponeva lo spaccio di cocaina ed estorsioni in una larga parte nella zona nolana (Saviano e Piazzolla in particolare) ed era legato al clan Cava di Quindici.

Si tratta di quello guidato da Carmine Giugliano, detto Nino, sesantacinquenne legato alla clan quindicese (come ricostruito dagli inquirenti e da alcuni collaboratori) per aver sposato una cugina del defunto boss Biagio Cava.

Venti anni di reclusione, quelli inflitti a Giugliano nei due gradi di giudizio e confermati il 23 ottobre scorso dai giudici della Sesta Sezione Penale della Suprema Corte, confermando sia quella emessa dal Giudice dell’udienza preliminare di Napoli in data 29 aprile 2021, in esito al giudizio abbreviato e confermata nel luglio 2022 dalla Corte di Appello di Napoli, nei confronti dello stesso Giugliano, accusato a vario titolo insieme a tre dei suoi “sodali” di reati che vanno dall’associazione finalizzata al narcotraffico e relativi reati-scopo, incendio tentato, estorsioni continuate, consumate e tentate.

Le sentenze si riferiscono ad una articolata indagine della Squadra Mobile di Napoli, nata nel luglio del 2015, quando poco dopo alla sua scarcerazione Giugliano aveva raccolto intorno a lui un gruppo per imporre sia la vendita di cocaina che il pizzo sui comuni di Saviano, Somma e Piazzolla di Nola. Indagini coordinate dall’ allora pm antimafia Gianfranco Scarfo’ (oggi Procuratore Aggiunto di Benevento ndr) e grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Domenico Altieri, Aniello Acunzo e Luigi Ambrosio.

DROGA: I SUMMIT CON IL CLAN FABBROCINO PER LA COCAINA
Per i giudici della Cassazione, oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Domenico Altieri e Ambrosio e dalle risultanze delle intercettazioni, dai correlati servizi di osservazione e controllo e dai sequestri di sostanze stupefacenti – sono emersi gli elementi tipici dell’associazione finalizzata al narcotraffico, quali la suddivisione dei compiti tra gli associati, con i vari ruoli di approvvigionamento, riscossione dei crediti, trasporto e distribuzione della droga, immissione nel mercato locale; la disponibilità di ingenti liquidità rivenienti dalla attività di rivendita delle sostanze; l’esistenza di una cassa comune l’assistenza legale fornita agli associati.

E nello specifico per il ruolo dominante di Giugliano, che era stato ridimensionato dalla difesa, i magistrati della Sesta Sezione Penale della Suprema Corte hanno invece rilevato come quella di Giugliano sia “sua posizione gerarchicamente sovraordinata non si confronta con il contenuto delle dichiarazioni di Domenico Altieri, il collaboratore cui si deve la compiuta descrizione del “modus operandi” del sodalizio. Con riferimento al summit di cui il collaboratore ha riferito, avvenuto presso la villa “bunker” del ricorrente con i vertici di altre famiglie camorristiche interessate a quei traffici, allo scopo di definire le loro modalità di interazione nella fornitura e vendita di cocaina, i Giudici di appello hanno posto in luce la posizione di preminenza del ricorrente nel rapportarsi ai sodali.

Emblematica, al riguardo, sia pure riferita ad altro contesto, è la necessità manifestata dal nipote di Giugliano, e suo luogotenente, Domenico Nappi, di occultare gli ammanchi di cassa cagionati da Secondulfo, onde evitare la reazione del temutissimo “zio”, il quale sarebbe stato capace di ordinarne, per ciò solo, la morte”. Hanno rilevato i giudici come:”In particolare, la sentenza ha evidenziato l’imposizione di un regime di monopolio nella distribuzione dello stupefacente in agro campano; la sistematicità degli approvvigionamenti dalle ‘ndrine calabresi; gli accordi con il “clan D’Atri”, per arguirne che l’associazione dedita al narcotraffico abbia operato in un contesto “completamente camorristico” e che, dunque, i relativi proventi agevolassero il gruppo di camorra egemone sul territorio”.

Inoltre, sin dal gennaio del 2016 erano stati documentati frequenti viaggi a Bovalino Marina e San Luca, dove il gruppo, grazie anche ai contatti stretti dello stesso Giugliano, si riforniva di cocaina dalle ‘ndrine locali.

IL CLAN CAVA
Nelle indagini un contributo fondamentale è stato dato anche dalle dichiarazioni del defunto collaboratore di giustizia Aniello Acunzo, il factotum delle latitanze di Biagio Cava prima e di suo figlio Salvatore successivamente. Acunzo, in un verbale del 6 febbraio 2014 ha riferito che Nino Giugliano si dedicava alle estorsioni e una quota finiva anche a Biagio Cava. E successivamente alla cattura di quest ultimo, Giugliano si incontrava anche con Salvatore Cava, quando questo era Latitante tra il 2008 e il 2010.

Anche pochi giorni prima che venisse catturato dalla Mobile di Avellino. Proprio in riferimento ai Cava c’è un passaggio della sentenza per una delle vicende estorsive contestate. In particolare scrivono i giudici: “Inoltre, si è più volte chiarito come “quelli di Quindici”, ossia la famiglia camorristica di Cava, indicata da Ambrosio come destinataria di una quota dell’estorsione, poteva ben essere stata evocata in ragione del collegamento tra Giugliano e i Cava, derivante dal matrimonio del predetto con una componente di quella famiglia.

Ancora, la stessa sentenza impugnata ribadisce come da alcun elemento potesse evincersi che il propalante avesse fatto confusione tra l’imputato e Alfonso Nino. Così pure, la Corte territoriale ha fatto propria la considerazione di cui alla sentenza di primo grado , là dove si è precisato che, data la pluralità di soggetti che di volta in volta si presentavano all’imprenditore estorto, non possono essere escluse discrasie nel ricordo, con riguardo alla persona di Ambrosio, che ben possono spiegare il mancato riconoscimento del collaboratore”.