Losco: “Avellino come suo allenatore, non getta mai la spugna”

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Da “Il Biancoverde” n. 12 dell’8/11/2013

“Un inizio di campionato promettente per i lupi, quante analogie con la stagione dei miracoli. Nel 1977/1978 partì per salvarsi e conquistò la serie A. Parlare o scrivere dell’Avellino per un giornalista che si sente davvero tifoso di questa squadra non è mai facile, soprattutto perché il cuore, quasi sempre, riesce a prevalere su tutto ed a farti esprimere un’opinione decisamente forzata dai sentimenti – così il giornalista sportivo di Lunasport Carmine Losco -. Seguo l’Avellino dalle ultime partite al Piazza D’Armi. Non avevo neanche compiuto cinque anni e mio zio Antonio, grande appassionato di calcio, mi portava con lui nella vecchia tribuna coperta, oggi nota come Montevergine. Ho visto inaugurare prima il vecchio Comunale, poi il nuovo Partenio fino ai vari restyling, compreso l’ultimo firmato dall’architetto Genovese, probabilmente il più bello. Ho visto calcare quel prato a tanti uomini, prima che calciatori, molti erano degli esempi anche fuori dal campo, altri brillavano nel rettangolo di gioco e poi si smarrivano all’esterno. Tra loro c’erano dei campioni, degli atleti, dei buoni operai del pallone, ma anche grandi brocchi. In tanti hanno dato tutto il meglio di se stessi, sudando ed onorando la maglia biancoverde. Alcuni, invece, hanno fatto il contrario, salvaguardandosi le gambe, entrando in conflitto con l’ambiente, litigando anche con i tifosi. Certi calciatori li ricordi ancora perché sono cresciuti con l’Avellino e hanno anche vestito la maglia azzurra della nazionale o quelle dei club più importanti della serie A, ma c’è stato anche chi non ha mai legato con questa città perché svogliato, poco motivato, per niente orgoglioso di vestire la nostra casacca. Tante bandiere sono diventate i nostri punti di riferimento, come Lombardi, Di Somma, Juary, per citare qualche nome, ma ricordo con piacere anche alcune meteore, legate ad episodi, un gol entrato nella storia, come Venturini alla Roma, Calvaresi alla Salernitana, D’Angelo al Taranto, Rivaldo al Foggia. Sono personaggi, momenti, luoghi che mi hanno fatto emozionare, piangere, arrabbiare, gioire, ma soprattutto diventare grande. Ora a quasi 50 anni – prosegue il collega Losco – posso dire di aver assistito alla prima promozione in serie B del lupo, dopo il duello con il Lecce e alla storica scalata in A, con la rete promozione di Mario Piga a Genova, contro la Sampdoria. Poi sono venuti i momenti bui, con il quasi fallimento del dopo Graziano, la famosa X nella compilazione del calendario cadetto, il quasi ritorno immediato nella massima serie, fallito a causa della maledetta partita con la Cremonese, il veleno nella coda di quella stagione, fino a sprofondare in serie C1. Poi il ritorno in B, con Sibilia presidente e l’emozionante finale play-off di Pescara contro il Gualdo, ma anche i saliscendi tra C1 e B dell’era Casillo – Pugliese, fino al fallimento. Un duro colpo, difficile da superare, un incubo. In quattro anni la rinascita con il ritorno in serie B ed il risveglio da un brutto sogno. Quando Pugliese ha gettato la spugna, ci siamo ritrovati soli, abbandonati da imprenditori ed istituzioni. Probabilmente, se non ci fossero state di mezzo le elezioni amministrative quella macchia si sarebbe potuta evitare, ma ora è inutile piangere sul latte versato. E’ arrivato un gruppo di imprenditori che a testa bassa, senza fare proclami, ha rimesso in piedi il lupo. Personalmente, dopo aver seguito la Serie D, mi sono un po’ allontanato anche per ragioni professionali, ma dallo scorso anno ho ritrovato l’entusiasmo perduto. Ho ripercorso – continua – queste fasi della storia, senza citare nessun logo, se non il nome della squadra che ci rappresenta, perché quando nasce qualcosa di buono, ci guardiamo sempre alle spalle, alla ricerca di qualche esempio da accostare all’Avellino di Massimo Rastelli e non sempre lo facciamo con obiettività perché siamo troppo tifosi. Qualcosa che si avvicina potrebbe anche esserci, ma sarà sempre il campo a dirci se la storia finirà allo stesso modo. L’accostamento più scontato è all’Avellino di Arcangelo Iapicca e Paolo Carosi che l’11 giugno 1978 staccò il biglietto per la massima serie. Durante il precampionato, in tempi non sospetti, a chi mi chiedeva un giudizio sulla squadra che stava costruendo De Vito ho riferito di similitudini con quella formazione per ora ancora unica. Nell’estate del 1977 tutto nacque tra l’indifferenza generale e le immancabili difficoltà economiche. La squadra fu allestita al risparmio, ma da persone competenti che seppero pescare gli elementi giusti nella primavera della Lazio, in particolare, ma anche nelle categorie inferiori, aggiungendoli ai riconfermati Lombardi, Reali, Boscolo e Chiarenza. Piotti era la riserva di Fiore che arrivava dal Napoli, in poco tempo divenne titolare inamovibile e grande protagonista di quella stagione. Di Somma e Cattaneo erano stati scaricati dai loro club e cercavano il riscatto in Irpinia. Mancava chi faceva gol in doppia cifra perché i bomber costavano troppo. Nel mercato di riparazione arrivarono i gemelli Piga proprio per risolvere il mal d’attacco, ma di gol non ne realizzarono molti, anche se quello più pesante ed importante lo firmò proprio Mario Piga al Ferraris. L’inizio non fu brillantissimo, un pari in casa senza gol ed emozioni con l’Ascoli che poi avrebbe vinto quel campionato, ma poi arrivarono i primi risultati che risvegliarono la piazza, dando di volta in volta sempre più l’impressione di una squadra vincente. La continuità, la grinta, la compattezza di quel gruppo, anche con qualche immancabile mal di pancia ben gestito, portarono i lupi alla conquista della serie A e successivamente della stella delle annate disputate nella categoria più importante del calcio italiano. Cose impensabili fino a quell’11 giugno 1978. Anche oggi sembra un sogno vedere l’Avellino nei quartiere nobili della B. Avevamo perso l’abitudine di guardare gli altri dall’alto verso il basso. Grande merito va riconosciuto alla famiglia Taccone, al presidente Walter che ha sempre detto: «Datemi fiducia e vi porterò in alto». E così sono arrivate anche le prime soddisfazioni dal campo, la promozione dalla Prima Divisione alla B, promessa mantenuta dal presidente, ed ora questo positivo inizio di stagione. Le difficoltà ricordano quelle incontrate qualche decennio fa da Iapicca e soci. Taccone rimasto solo, ha dato fondo alle proprie energie per iscrivere la squadra al campionato cadetto e mettere in piedi una rosa affidabile. Ha scelto bene i propri collaboratori più stretti, affidandosi anche all’entusiasmo e alla competenza del figlio Massimiliano. Ad Enzo De Vito ha assegnato il compito non facile di ridisegnare il gruppo che aveva già costruito l’anno precedente e che aveva vinto il campionato di terza serie per renderlo all’altezza della categoria superiore. Come 36 anni fa, anche l’attuale direttore sportivo biancoverde non ha avuto a disposizione molte risorse economiche, ma ha fatto leva sulle sue conoscenze calcistiche, sulla sua professionalità sul suo fiuto per assicurarsi le pedine giuste. Certo ha incassato anche qualche no importante, vedi Pavoletti, ma accadeva anche negli anni 70-80, quando i giocatori che facevano la differenza rifiutavano il trasferimento ad Avellino. De Vito e Taccone, senza svenarsi, hanno saputo completare un mosaico di tutto rispetto. Unica nota stonata finora, a causa dell’infortunio subito, il brasiliano Togni. Sarebbe dovuto essere l’uomo di qualità del centrocampo, colui a cui affidarsi nei momenti di maggiore sofferenza, il calciatore capace di illuminare il gioco, ma non ha ancora avuto la possibilità di mettere in mostra le sue doti tecniche. Speriamo si stia riposando per poi rientrare in campo ed aggiungere qualità al gioco dei lupi. De Vito ha confermato la parte migliore di un gruppo vincente. Giovani promettenti come Zappacosta, Izzo, Bittante, Arini e vecchie volpi come D’Angelo, Castaldo, Fabbro, Millesi, Biancolino. Poi ha aggiunto qualche elemento di categoria, Pisacane, Schiavon, Peccarisi, Soncin e altri ragazzi interessanti, come Galabinov, Terracciano, lo stesso Seculin per dare più spessore ed esperienza alla squadra, evitandole così di pagare lo scotto del noviziato. Ovviamente la conferma di Rastelli è stata importantissima. Si è dimostrato un allenatore vincente, con idee di gioco molto chiare, innovative e che prende decisioni senza farsi condizionare da altri, in base a come egli stesso ed i suoi collaboratori preparano ogni singola partita. L’Avellino ha il carattere del suo mister, vende cara la pelle, difficilmente alza bandiera bianca e di fronte agli ostacoli si esalta. Tutti si sacrificano, nessuno tira indietro la gamba, sul rettangolo verde sono dei veri lupi. Lo ha capito anche il pubblico che è tornato ad essere il 12esimo giocatore in campo. Tifosi così è difficile vederli altrove, soprattutto in serie B. Entusiasmo, calore e colore che danno una marcia in più a D’Angelo e compagni, proprio come accadeva negli anni d’oro del calcio avellinese. Società, pubblico, squadra è stata la formula vincente dei lupi in passato, potrebbe tornare ad esserlo anche ora.

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