L’ex boss Graziano: quel summit per il patto e la guerra ai Cava

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QUINDICI- Un summit ed un patto tra tutti i più anziani del clan per decidere di sferrare la guerra al clan Cava. Un particolare “inedito” rispetto alle dichiarazioni rese nel corso della sua collaborazione dal pentito Felice Graziano, alias Felicione, nel corso del processo di qualche giorno fa ad Avellino ai componenti del nuovo Clan Graziano. Rispondendo ad una domanda del pm antimafia Luigi Landolfi, il magistrato che conduce l’istruttoria sul nuovo clan Graziano (sgominato da una operazione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino nel 2019), ha rivelato questo particolare anche inedito rispetto alle vicende raccontate nel corso della sua collaborazione (come e’ noto avviata nel maggio 2008 dopo gli arresti da parte dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino nella cosidetta operazione Rewind) una cosa che Felice Graziano ricorda e avverte: “non so se l’ho mai detta negli interrogatori- ha spiegato l’ex boss- Quando è uscito mio cugino Eugenio dal carcere di Cosenza, che eravamo detenuti insieme, io sono uscito un anno prima di lui; lui è uscito e ha avuto già i primi screzi, che i Cava lo volevano ammazzare. Una persona del mio paese, che adesso non ricordo bene, mi disse “Dillo a tuo cugino che non si affaccia più al balcone perché ho visto….con un fucile di precisione dietro la casetta”. ‘Sta casetta era indicata a cinquanta metri dalla casa di Eugenio. Io glielo mandai a dire, e allora già si incominciarono a riscaldare gli animi. Quando è stato… diciamo, è stato fatto un

incontro a Bosagro, a casa di zio Arturo, dove è stato fatto un patto tra mio padre, zio Arturo e zio Gigino, che si doveva fare la guerra ai Cava. E dopo pochi giorni
abbiamo fatto l’agguato a Salvatore Cava, abbiamo sparato a Tore ‘e Clelia”. Il riferimento è all’attentato avvenuto nel febbraio del 1991, quando in località Ponte di Beato la Fiat Uno sulla quale viaggiava Salvatore Cava fini nel Regio Lagno e l’obiettivo dell’agguato resto’ gravemente ferito ma si salvo’. Anche sulla strage delle donne, quella avvenuta nel 2002 ai danni di tre familiari di Biagio Cava, l’ex boss ora collaboratore di giustizia, alla domanda del difensore di Fiore e Salvatore Graziano, il penalista Raffaele Bizzarro, se ci fosse stata o meno una distanza da quell’evento da parte della famiglia di Arturo Graziano, ha chiarito: “Allora, una volta che lui è successo la strage delle donne, se la dovevo fare io una dichiarazione che ha fatto Arturo Graziano, io non l’avrei mai fatta. Perché? Perché tu che dici vicino a un cronista che sei un altro tipo di Graziano, perché sei un altro tipo di Graziano? Fammi capire. Perché vuoi dire che loro che si sono sparati con i Cava sono un Graziano e tu sei un altro Graziano che non ti sei sparato? Tu sei uguale a
loro. Tu sei uguale. Tu fino a tre anni prima, cinque anni prima, facevi gli affari insieme
a loro. Mò com’è, loro vanno in disgrazia, tu vuoi dire… no, secondo me ha sbagliato lì, quindi… non è da me giudicare certe persone, però… è una cosa che me lo dico io l’hanno detto tutti quanti”. Quando Bizzarro gli ha chiesto se avesse compiuto reati o fosse stato tratto in arresto nel corso del periodo successivo alla sua collaborazione, Graziano ha ammesso: “Si, per una tentata evasione io e mio fratello”.