Intelligenza artificiale a scuola: «non delegare ciò che non sai fare» vale anche per il lavoro in Irpinia

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Intelligenza artificiale a scuola: «non delegare ciò che non sai fare» vale anche per il lavoro in Irpinia, ne abbiamo parlato con Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA (l’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale).

All’inaugurazione dell’anno scolastico al Liceo Colletta di Avellino, il professor Armando Bisogno dell’Università di Salerno ha consegnato agli studenti una regola che sta in una riga: «Posso delegare all’IA solo ciò che so già fare, altrimenti non potrò valutare la qualità del risultato». Sull’intelligenza artificiale a scuola è tra le frasi più utili ascoltate negli ultimi mesi, e il motivo è semplice: sposta la domanda da cosa sa fare la macchina a cosa sa fare chi la usa.

Resta però una questione pratica. Che cosa deve sapere, concretamente, un ragazzo di sedici anni per giudicare il testo che un assistente gli ha appena scritto? E chi glielo insegna?

Un principio semplice, difficile da applicare

La formula di Bisogno funziona perché rovescia l’abitudine più diffusa. Di solito si chiede all’IA proprio ciò che non si sa fare: il riassunto di un libro mai letto, la traduzione da una lingua che non si conosce, la soluzione di un esercizio rimasto oscuro. In quei casi il risultato può essere corretto o sbagliato, e chi lo riceve non ha modo di accorgersene. Un testo scorrevole e sicuro di sé convince anche quando contiene un errore di data, un nome inventato o un passaggio logico che non regge. Il professor Leonardo Festa, nello stesso incontro, ha insistito sulla necessità di un approccio critico a questi strumenti. Il pensiero critico, però, si appoggia su qualcosa: conoscenze di base, un metodo, l’abitudine a controllare.

Per questo la regola riguarda la scuola prima ancora della tecnologia.

Intelligenza artificiale a scuola: cosa serve per giudicare un risultato

Le competenze necessarie sono meno tecniche di quanto si pensi. La prima è conoscere la materia quanto basta per riconoscere un errore: chi ha studiato la Rivoluzione francese si accorge se una data è fuori posto, chi non l’ha studiata no. È il cuore del principio della lectio, e vale per la versione di latino come per un preventivo in un’officina.

La seconda è sapere come funzionano, a grandi linee, i sistemi che si usano. Un modello linguistico produce testo plausibile, non testo verificato. Può quindi generare quella che gli addetti ai lavori chiamano «allucinazione»: un’informazione falsa presentata con lo stesso tono di quelle vere. Basta saperlo per cambiare il modo in cui si legge una risposta.

Poi c’è la verifica delle fonti, l’abitudine più antica di tutte: da dove viene questo dato, chi lo sostiene, posso ritrovarlo altrove? Infine la responsabilità. Il compito consegnato, la relazione inviata al capoufficio o il post pubblicato restano firmati da una persona, qualunque sia stato l’aiuto ricevuto. Nessuno di questi punti richiede un corso di programmazione, ma tutti richiedono tempo e allenamento.

Le parole giuste per studenti, docenti e famiglie

C’è un ostacolo che si nota poco, ed è il vocabolario. In molte famiglie irpine i genitori sentono parlare di prompt, algoritmi, bias o modelli linguistici senza sapere bene che cosa indichino, e i figli spesso usano gli stessi termini con disinvoltura ma senza precisione. Nelle scuole capita qualcosa di simile tra docenti di discipline diverse. Quando le parole non sono condivise, anche una regola chiara come quella della lectio viene applicata in modi diversi: per qualcuno «usare l’IA con spirito critico» significa non usarla affatto, per altri basta rileggere il testo prima di consegnarlo.

L’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit con sede a Roma che riunisce sviluppatori, ricercatori, consulenti e aziende del settore, parte proprio da qui. Per l’associazione un lessico comune è il primo passo dell’alfabetizzazione sull’IA, prima ancora dei corsi sugli strumenti. Per questo l’associazione mette a disposizione di tutti un glossario dell’intelligenza artificiale con definizioni brevi e senza gergo, dalle voci di base fino a quelle su bias, allucinazioni, responsabilità e AI Act. Un docente può usarlo per preparare una lezione, un genitore per capire di che cosa parla il figlio, uno studente per controllare il significato di un termine prima di usarlo in un tema.

Dalla scuola al lavoro: l’intelligenza artificiale nelle imprese del territorio

Il principio di Bisogno non scade con il diploma. Chi entra in un’azienda agricola, in uno studio professionale, in un’impresa manifatturiera della provincia o in un ufficio comunale trova sempre più spesso strumenti di IA già al lavoro: per scrivere comunicazioni, analizzare documenti, rispondere ai clienti. Anche lì vale la stessa regola. L’impiegato che conosce il proprio mestiere usa l’assistente per accelerare; quello che non lo conosce rischia di inoltrare errori con la firma dell’azienda.

Le imprese, del resto, sono chiamate a occuparsene. L’AI Act, il Regolamento (UE) 2024/1689, si occupa di alfabetizzazione all’art. 4: nella versione oggi vigente, dopo le modifiche introdotte dal Regolamento (UE) 2026/1744, chiede a fornitori e utilizzatori professionali dei sistemi di IA di adottare misure per sviluppare queste competenze nel proprio personale, tenendo conto di conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Un giovane che arriva in azienda con queste competenze già allenate a scuola diventa una risorsa, e non solo per i reparti tecnici.

Per un’area interna come l’Irpinia il discorso ha un peso particolare. Le competenze digitali sono tra le poche che permettono di lavorare per clienti lontani restando nel proprio paese, e di portare nelle piccole imprese locali un metodo che spesso manca. Non risolvono da sole lo spopolamento. Possono però rendere meno obbligata la scelta di partire.

Cosa può fare una comunità locale

Avellino ha già qualche tassello. La lectio al Colletta è uno. La V edizione della Summer School del Centro di ricerca «Guido Dorso» è un altro: l’11 e 12 settembre, alla Casina del Principe, ha proposto a giovani tra i 18 e i 30 anni, con partecipazione gratuita, due giornate su «L’intelligenza artificiale tra presente e futuro: opportunità e rischi», con docenti universitari e rappresentanti delle istituzioni. Sono occasioni preziose, ma restano episodi se non trovano una continuità.

La continuità può nascere da passi piccoli e concreti. Una scuola può dedicare le prime settimane di un percorso a costruire un vocabolario condiviso tra docenti e studenti, da estendere poi alle famiglie in un incontro serale. Un’associazione di categoria può portare nelle classi imprenditori che raccontano come usano davvero l’IA in azienda e dove hanno visto gli errori più costosi. Un ateneo o un centro di ricerca può offrire ai docenti delle superiori momenti di aggiornamento brevi e pratici. Anche le realtà nazionali del settore hanno strumenti da mettere a disposizione: AIPIA, per esempio, promuove AI NEXT, un programma gratuito pensato per le scuole, che un istituto del territorio potrebbe valutare accanto alle iniziative locali.

Nessuna di queste strade chiede grandi investimenti. Chiede soprattutto che scuola, famiglie e imprese usino le stesse parole e si diano la stessa regola.

Quella del Colletta, del resto, contiene già un esercizio pronto per qualunque classe: prendere un testo prodotto da un assistente su un argomento appena studiato e cercarne gli errori. Se gli studenti li trovano, la lezione ha funzionato due volte.