Il suo futuro era il Ring. La storia di Saverio Giannone alias Joe Grim

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Avellinese trapiantato in America. Il suo nome, cancellato. Perché gliene serviva un altro, un nome d’arte, che lo identificasse per l’anagrafe americana, ma soprattutto che incutesse rispetto. Perché lui aveva deciso, il suo futuro era sul ring, un futuro da pugile, come i grandi “paisà” che della boxe hanno fatto la storia.

E allora no, quel nome non andava proprio. Saverio Giannone, chi era costui?

Grim era lento sulle gambe, lento nelle braccia, ancor più lento nella testa. Ma aveva un gran coraggio, fin troppo. Non aveva nulla del pugile, ma per anni riuscì a tenersi a galla, solo grazie al coraggio. La sua abilità nell’assorbire anche le punizioni più dure era incomparabile

Joe Grim
Joe Grim

Un carneade senza arte né parte, un giovane nato ad Avellino il 14 marzo 1881, un immigrato in cerca di fortuna, giunto sulla costa orientale degli States in giovane età, con lo sguardo fiero e le aspettative ampie di chi pensa di essere approdato nella terra promessa.

Doveva cambiare nome, la scelta non fu casuale: Joe Grim. Sì, Grim come truce, spietato, crudele.

Un nome ad  effetto, teatrale quanto bastava, un segno distintivo per chi si accingeva a calcare gli infuocati ring statunitensi. Peccato che a lui non calzasse a pennello. Perchè Joe Grim di spietato non aveva un bel nulla, né tanto meno di truce, di crudele.

Eppure il pugilato l’ha consegnato ai libri di storia, dove comunque riuscì ad entrare, seppur dalla porta sbagliata: 63 match, non uno vinto.

Del resto, il soprannome la diceva lunga: The Human Punching Bag, superflua la traduzione. Perchè lui oltre a prendere pugni sul ring non faceva altro.

Tanto che Nat Fleischer, fondatore di The Ring, scrisse: <Grim era lento sulle gambe, lento nelle braccia, ancor più lento nella testa. Ma aveva un gran coraggio, fin troppo. Non aveva nulla del pugile, ma per anni riuscì a tenersi a galla, solo grazie al coraggio. La sua abilità nell’assorbire anche le punizioni più dure era incomparabile>.

Era uno sprovveduto, uno che, per dirla con Robert E. Howard, creatore di Conan il Barbaro e grande appassionato della boxe di inizio ventesimo secolo, <non era un pugile nel vero senso della parola: anche un cieco avrebbe potuto colpirlo>.

Uno sprovveduto, certo. Uno che perdeva sempre, fin dal primo match, contro Jack O’Brien, a Filadelfia, nel 1903.

Joe Grim 1904
Joe Grim 1904

Perdeva sempre, anche perché aveva coraggio. Quel coraggio che gli valeva il lasciapassare per sfide impossibili, contro i grandi di allora. Punizioni durissime, mattanze sanguinose, con un comune denominatore: mai sconfitte prima del limite.

Batoste sempre, atterramenti spesso, ko mai. Chiunque fosse il suo avversario, per quanto potenti potessero essere i colpi che gli si stampavano sul volto: era una questione d’orgoglio.

Poi, mentre il rivale si godeva il successo e gli applausi, lui correva verso le corde, vi si issava su, urlava alla folla: <Eccomi, sono Joe Grim, nessuno può mettermi ko>.

Vero, verissimo. Anche se ci provarono fior di campioni, gente del calibro di Jersey Joe Walcott, Joe Gans, Jack Johnson, Johnny Kilbane, Tommy Sullivan, Bob Fitzsimmons.

Quest’ultimo gli inflisse 16 knock-down in soli 6 round: 16 volte col sedere a terra, 16 volte Grim si rialzò.

Una volta rischiò grosso, contro Jack Johnson, il primo pugile di colore a salire sul trono dei dei massimi. Joe Grim, peso medio naturale, affrontava un massimo. Finì 20 volte al tappeto, si alzò sempre: al quarto round Johnson tornò all’angolo, esclamò ai suoi secondi: <No, non può essere umano>.

Saverio Giannone
Saverio Giannone

Poi ripresa a martellare, a infliggergli knock-down, uno dietro l’altro. All’ultima ripresa, sembrò tutto finito, compresa la leggenda di Joe Grim: un cazzotto lo spedì al suolo, privo di sensi, sembrava morto.

Quella volta non ce l’avrebbe fatta a rimettersi su: lo salvò l’ultimo gong, che decretò la fine del match e la sconfitta ai punti, l’ennesima. Era una caso più unico che raro, un esemplare da studiare.

Un medico lo visitò a fondo, dalla testa ai piedi. E pensò di aver scoperto l’arcano: lo spessore del suo cranio era superiore a quello di un uomo normale, forse il doppio.

Lui diceva di non sentire i pugni, forse era proprio così. Perchè magari quel cranio così spesso attutiva l’effetto concussione che genera il ko.

Che ciò rispondesse al vero o no, la storia non cambiò per anni. Fino alla notte del 22 luglio del 1913, sul ring di Filadelfia: finì ko, al 6° round, per mano di Joe Borrell.

Fu lì che si chiuse il sipario sulla carriera di Joe Grim, al secolo Saverio Giannone, fiero figlio d’Irpinia trapiantato negli States.

Fu lì che si aprì la sua leggenda, la leggenda del pugile che perdeva sempre, ma mai prima del limite.

Almeno fino a quella sera, triste e finale.

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