Il giorno dei Dardenne: oggi la consegna del Premio Camillo Marino

0
20

Avellino – Figura emblematica della cultura cinematografica internazionale, Camillo Marino fu un critico impegnato, coerente, schierato per un cinema legato alla realtà ed al sociale, in cui pasolinianamente il protagonista è sempre l’uomo. Il cinema dei “subiecti” come egli stesso lo definiva. Fu fondatore ed animatore nel 1959, con Pier Paolo Pasolini e Giacomo D’Onofrio, del festival del cinema d’avanguardia “Laceno d’Oro”. Intorno al festival gravitarono negli anni personaggi quali Carlo Lizzani, Gillo Pontecorvo, Ettore Scola, Cesare Zavattini. Sempre con Pasolini, Camillo Marino fondò nel 1958 la rivista di cultura cinematografica “Cinemasud”. All’impegno di Camillo Marino, scomparso il 30 settembre del 1999, il circolo di Cultura Cinematografica Immaginazione dal 2001 ha intitolato il premio ed una rassegna correlata, composta da incontri, dibattiti e proiezioni ad Avellino ed in alcuni comuni della provincia. Un premio che negli anni è andato ad Ettore Scola, Gillo Pontecorvo e Ken Loach, grandi registi la cui opera sembra essere idealmente erede di quella cinematografia in cui Marino si riconosceva. Così quest’anno è sembrato naturale conferire il riconoscimento nel nome di Camillo ai fratelli Dardenne. Forse i due registi belgi, vincitori della Palma d’Oro per ben due volte a Cannes, oggi più di chiunque altro danno voce e volto ai “subiecti” di Camillo Marino. Nati come documentaristi, i Dardenne, da La Promesse in poi, puntano la loro attenzione all’ una e mille storie minori di cui è fitto il reale. Il contesto è sempre riconoscibile, immediato. Tutti i film parlano di un mondo “marginale”, di un proletariato urbano ai limiti della criminalità. Personaggi umili (ma non semplici) alle prese innanzitutto con i problemi materiali della vita.

Il cinema: una questione morale
Dopo una lunga esperienza nel cinema militante e l’interessante stagione documentaristica, i Dardenne affrontano per la prima volta la fiction con Falsch (1987). Ma è a partire da La Promesse (1996) che vengono a costruire il loro stile, o meglio il loro “metodo”, fatto di un rigoroso controllo della messa in scena e di un’estrema aderenza delle immagini alle storie e ai personaggi. Com’è ovvio, non vi è una rottura tra un periodo e l’altro del loro cinema. Alcune caratteristiche tipiche del lavoro documentario si ritrovano anche nel cinema di finzione, la macchina a mano, l’attenzione a determinate tematiche e a determinati contesti sociali. Uno slittamento che diviene più evidente a partire da Rosetta. Stringendo l’orizzonte della visione sulla protagonista, è come se lo sfondo, il contesto perdesse di valore, venendo relegato quasi al fuoricampo. Concentrarsi sul personaggio vuol dire concentrarsi sull’individuo, sulla sua anima. C’è sempre un punto di rottura, un momento di frizione in cui i protagonisti si trovano di fronte ad un bivio, ad un interrogativo morale profondo che innesca un crisi ed un cambiamento. Il cinema dei Dardenne diventa la radiografia di questa crisi, di questi momenti (dirompenti) di passaggio. Un’analisi psicologica si potrebbe dire. Ma un’analisi che non viene condotta attraverso i metodi classici del cinema psicologico. La grandezza dei Dardenne sta nella capacità di scavare nelle anime attraverso l’osservazione dei corpi. Un linguaggio estremamente fisico, concreto, in cui i comportamenti, apparentemente ripetitivi, compongono una fenomenologia che innesca la riflessione morale. Più che le parole hanno importanza i gesti, i movimenti, le esitazioni, i rapporti dei personaggi nello spazio, il sistema degli oggetti e il modo in cui gli uomini si relazionano ad essi. La macchina da presa a mano, mobilissima, sta incollata ai personaggi, sino ad innescare una vera e propria lotta con essi, nel disperato tentativo di catturarne l’essenza. Un braccio di ferro che si traduce nell’uso ripetuto dei long take (sino al piano sequenza), interpuntati da un montaggio tanto secco quanto invisibile. Tutto ciò che non serve a questa lotta, è messo da parte. La musica è assente (se non a livello diegetico), perché finirebbe per assumere una valenza emotiva esterna, imposta dall’alto. Al pari non c’è posto, se non rare volte, per il controcampo, che sarebbe una forma di “abbandono” del personaggio e una scelta imposta dal regista a fini esclusivamente di chiarezza. Invece il senso non deve nascere da un’idea a priori, ma emergere, “svelarsi”, con evidenza disarmante, dalle immagini. Non si tratta di realismo, attenzione. Non c’è l’ambizione, folle, di catturare e rappresentare la realtà così com’è. C’è invece la volontà di raccontare l’animo umano, di “comprendere” i comportamenti e le scelte delle persone. Una prospettiva che può arrivare a trascendere la realtà, per sfiorare a tratti una dimensione metafisica, una riflessione sul Bene e il Male. Il rapporto del cinema dei Dardenne con quello di Bresson è stato più volte sottolineato. Un’influenza che coinvolge, innanzitutto, alcune caratteristiche stilistiche: l’ossessione per i corpi e gli oggetti appunto, l’esigenza di spogliare le immagini da ogni cosa che possa distogliere dalla comprensione morale. Ma che si riflette anche su alcune tematiche: il potere corruttore del denaro, la solitudine dei protagonisti. Come in Bresson, anche nei Dardenne c’è sempre una crisi, un cambiamento, che presuppone un’apertura all’altro. Ma se nel grande regista francese il cambiamento, improvviso, folgorante, è dettato dalla Grazia e l’altro da sé è Dio, la prospettiva dei Dardenne è strettamente laica. La solitudine nei loro film deriva da una mancanza fondamentale: quella del padre o della madre. Da La Promesse al L’Enfant i due registi belgi mettono in scena una tetralogia dei rapporti familiari, in cui il legame di sangue (e il rapporto d’amore) o è assente o è spezzato. E il dramma dei protagonisti nasce dall’esigenza di ricucire o sostituire questo legame. L’orizzontalità al posto della verticalità, l’altro uomo al posto di Dio. Il cinema dei Dardenne, per questo, si allontana dall’ascetismo tragico di Bresson, per avvicinarsi sempre più al calore emotivo dell’umanesimo rosselliniano.

Ai fratelli Dardenne verrà consegnata la tela “Sonia” di Gennaro Vallifuoco un dipinto eseguito per il Premio Camillo Marino 2006 ispirato al film L’enfant. L’appuntamento è per questa sera alle ore 20.30 presso il cinema Partenio di via Verdi.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here