Riceviamo e pubblichiamo la nota di Franco Fiordellisi, ex segretario CGIL Avellino: “C’è un elemento che oggi pesa sulle famiglie italiane più di qualsiasi statistica: il ritorno dell’inflazione indotta dalla geopolitica. Dopo lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina e alle sanzioni contro la Russia, il 2026 si apre con una nuova fiammata dei prezzi, alimentata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. I mercati dell’energia sono entrati nuovamente in tensione. Non è solo un dato economico: è una pressione diretta sui redditi reali, sui consumi, sulla qualità della vita. E colpisce in modo diseguale: chi ha meno paga di più. Dentro questo quadro si inseriscono i dati Istat 2025, che raccontano un’Italia solo
apparentemente in ripresa. C’è un numero che più di altri fotografa la condizione del Paese Italia: 13,2 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale. Quasi un italiano su quattro. Non una marginalità, ma una struttura. È ben sapere che i lavoratori poveri sono definiti quelle persone che percepiscono un salario inferiore al 60% della linea mediana dei
salari o inferiore al 50% della linea media dei salari. È vero: il reddito medio familiare è salito a 39.501 euro, e la crescita dell’occupazione ha ridotto alcune fragilità. Ma sotto la superficie resta una contraddizione profonda: il lavoro non basta più. Un occupato su dieci è povero. È una frattura storica. Il lavoro, che avrebbe dovuto garantire emancipazione, non assicura più una vita dignitosa. E non è un fenomeno transitorio: è stabile, radicato. Il reddito reale delle famiglie resta inferiore ai livelli del 2007, inizio crisi sistemica e shock dei sub prime. Vent’anni dopo, non abbiamo recuperato. E oggi quella distanza si somma a una nuova inflazione energetica dei combustibili fossili che erode ulteriormente il potere d’acquisto e si abbandonano investimenti in rinnovabili. Se questo è il quadro nazionale, nelle aree interne della Campania la situazione diventa ancora più evidente. Irpinia e Sannio rappresentano una vera linea di faglia. Qui il lavoro povero è più diffuso, i salari medi più bassi, la discontinuità occupazionale più marcata. Le retribuzioni da lavoro dipendente si concentrano nelle fasce basse, mentre le pensioni seppur molto spesso sotto i 1.000 euro diventano una componente essenziale del reddito familiare. Non è solo una questione di quantità di lavoro, ma di qualità del lavoro e di struttura economica. Settori a basso valore aggiunto, poca industria, e quelle che abbiamo sono in sofferenza per mancanza di politiche industriali strategiche, vedi automotive ed IIA bus, servizi fragili. Il risultato è una economia domestica costruita su equilibri precari: più redditi deboli che si sommano per raggiungere una soglia minima di sostenibilità. Nelle aree interne, però, la fragilità non è solo economica. È territoriale. Meno servizi, più distanza, meno opportunità. Sanità di prossimità fragile, mobilità difficile, offerta formativa ridotta. E soprattutto spopolamento: i giovani partono, il capitale umano si riduce, il territorio invecchia. Il Mezzogiorno registra già un rischio di povertà del 38,4%. Ma nelle aree interne questo dato assume una dimensione ancora più radicale. Quando il lavoro non protegge, quando il reddito non basta, quando l’inflazione erode e i servizi arretrano, la fragilità diventa normalità. Non è più emergenza è struttura. Serve una politica che rimetta al centro il lavoro come qualità, non solo come quantità. Che intervenga sui salari, sulla stabilità occupazionale, sulla contrattazione. Che investa nelle aree interne come spazio strategico e visione delle politiche industriali e manifatturiere delle filiere locali nella prospettiva della
“grande trasformazione” in essere. Perché senza questo passaggio, quei 13,2 milioni a rischio poverta, con circa 5milioni in povertà, non diminuiranno. Cambieranno solo forma. E continueranno a raccontare un Paese in cui si lavora, in maniera precaria e mal retribuito, quindi non si vive davvero e il disagio aumenta”.
Redazione Irpinia
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