Il boss Cava all’imprenditore: ora qua stiamo noi, la protezione ve la facciamo noi

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2016

SIRIGNANO- “Non vi preoccupate ora sulla zona stiamo noi”. L’undici dicembre del 2020, a distanza di quasi due mesi dall’attentato incendiario ai danni dell’escavatore della sua impresa di movimento terra, è la prima cosa che viene detta da Pellegrino Crisci all’imprenditore che dopo aver subito il raid, decide di capire chi ha compiuto l’atto doloso avvenuto il 30 ottobre precedente nel deposito di inerti a Sirignano.

L’imprenditore si rivolge all’attuale sindaco di Sirignano, Antonio Colucci, all’epoca dei fatti (ottobre-dicembre 2020) non ancora in carica, quella che ricopriva suo figlio Raffaele. Colucci, che da testimone ha confermato tutto e che non avrebbe altro ruolo nella vicenda, arriva a Crisci, che potrebbe sapere qualcosa del fatto e c’è questo appuntamento il giorno 11 dicembre in un garage di Sirignano di proprietà dello stesso Crisci.

Sia Colucci che l’imprenditore vittima della tentata estorsione non sanno che ad attenderli però non c’è solo il quarantenne Pellegrino Crisci. Mentre questo li riceve, rassicurandoli sul fatto che ora sulla zona “ci stiamo noi”, spunta un uomo con cappellino di lana e mascherina chirurgica. “Qui ci sta Don Aldo” gli spiega Crisci. E così che Bernardo Cava parla all’imprenditore, facendo quella che per la Dda e per il Gip Leda Rossetti è una vera e propria minaccia estorsiva:

“Non vi preoccupate per l’escavatore, voi dovete stare tranquillo, adesso qui ci stiamo noi sulla zona, la protezione ve la facciamo noi, non mi fate vedere i Carabinieri” dice Cava all’imprenditore  e  aggiunge:  “Io non ho nulla da perdere, sono Aldo Cava, non ho paura di nulla, qui chi ha da perdere sei solo tu”.

Non si parla di soldi, nessuna richiesta esplicita. Ma non serve. Preso qualche giorno per guadagnare tempo, l’imprenditore poi riceve altri due messaggi, sempre tramite Colucci, coinvolto nella vicenda e che si lamenta per essersi trovato suo malgrado nei fatti. A lui Crisci avrebbe infatti riferito, una decina di giorni dopo e non avendo più notizie della risposta dell’imprenditore: “Ma sto canciell o conciamm o no (questo cancello lo aggiustiamo o no): se no escono i cani”.

Una metafora senza necessità di troppe spiegazioni. La vicenda si è conclusa con l’arresto eseguito ieri dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Baiano che, da dicembre del 2020 hanno indagato, coordinati dal pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli sulla vicenda estorsiva.

Dalle intercettazioni telefoniche compiute dai militari dell’Arma, sarebbe emerso come l’imprenditore che ha denunciato, non sarebbe stato l’unico a finire nel mirino di Bernardo Cava, anche altri infatti sarebbero stati oggetto delle attenzioni del gruppo che stava ricostruendo il cinquantenne, elemento di primo piano della famiglia quindicese. A frenare la riconquista del Baianese ci hanno pensato però i Carabinieri del Comando Provinciale di Avellino e i magistrati del pool coordinato dal Procuratore Aggiunto Sergio Ferrigno.