Giustizia riparativa, serve svolta culturale. Scarlato: troppi processi per reati banali

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AVELLINO- La Giustizia Riparativa sarà l’anello mancante per una svolta culturale nella funzione rieducativa della pena e nella considerazione sociale delle carceri nel nostro Paese? E’ la domanda su cui ieri pomeriggio, davanti ad una platea di detenuti e detenute del penitenziario “Antimo Graziano” di Avellino, si sono confrontati tutte le parti del mondo della Giustizia e della carceri. A partire dal direttore dell’istituto penitenziario, Rita Romano, passando per le esperienze di Padre Marco e di Don Mario Picech cappellano del carcere di San Vittore, del garante provinciale delle persone private della libertà Carlo Mele, di Giovanna Perna, referente dell’Osservatorio Carceri delle Camere Penali, del mondo universitario, rappresentato da Girolamo Darario, di Giuseppe Centomani e Marilena Guerriera, direttore dell’Uepe e del presidente della II Sezione Penale del Tribunale di Avellino Gian Piero Scarlato. Ma nella sala Teatro del penitenziario di Contrada San Oronzo ci sono soprattutto loro, i detenuti, che nelle settimane scorse hanno già discusso della Giustizia Riparativa e non hanno fatto mancare il loro contributo. A fare gli onori di casa e’ stato proprio il direttore del penitenziario, Rita Romano, che ha voluto sottolineare come “La riparazione è l anello che manca”, evidenziando come sia importante pensare di riuscire a mettere di fronte il reo e la vittima. Una questione fondamentalmente culturale, come verrà ribadito spesso nelle circa due ore di confronto. Il garante delle persone private della libertà Carlo Mele ha ricordato l’iniziativa che in tutta Italia i Garanti hanno portato in piazza, ovvero l’appello per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni a dare risposte contro l’emergenza suicidi collegata al mondo delle carceri in Italia. Del resto se non lo sono 44 casi in soli sei mesi. “L’ attenzione del mondo del carcere e a cuore di tutti i Garanti, ieri abbiamo voluto condividere con tutta la comunità il problema dei suicidi, che diventano tragicità e si parla di possibilità alternative, perché non si può non pensare a qualcosa fuori dal carcere. Dobbiamo prendere consapevolezza che ci sono queste problematiche”. Gianni Colucci, responsabile della redazione di Avellino del “Mattino” e moderatore dell’incontro, oltre a sottolineare quanto storicamente si dibatta del mondo delle carceri ha voluto consegnare alla platea anche una testimonianza del modo con cui la stampa si approccia alle vicende concluse con arresti e di conseguenza il carcere: “Dietro ad una persona c’è sempre un uomo, dietro ad un’ informazione non c’è un qualcosa che ci lascia indifferenti. Diceva un grande giornalista che il cinico non è adatto a questo mestiere. Il cinismo appartiene ad una categoria diversa. Probabilmente i cinici sono quelli che riescono a scampare pure il carcere, i furbi che la fanno sempre franca”. A Girolamo Darario del Dipartimento di Scienze Giuridiche (Scuola di Giurisprudenza) dell’Università di Salerno, l’introduzione del tema del giorno: idee, modelli, margini e proposte di realizzabilità di una “Giustizia giusta”. Ne e’ derivata una lunga relazione: “Siamo stati chiamati a riflettere su una tematica complessa. Mi ha preoccupato molto questo titolo. Ci sono tanti profili di cui parlare per la giustizia. Ci troviamo in un istituto penitenziario e ci.troviamo a discutere di reclusi e degli stessi operatori penitenziari. Ad attestare la criticità sono i 44 suicidi, 4 agenti e 40 detenuti..parliamo del dilagare delle aggressioni e un sistema in profonda crisi, sono passati 13 anni dalla condanna dello Stato italiano accusato di perpetrare torture a livello seriale. Il carcere è spesso un fattore criminogeno, basti pensare a quello che viene definito lo stigma detentivo. Tutto ciò grida giustizia. Che come evoca il titolo del convegno è una giustizia giusta. Il vero danno nel nostro Paese per Darario e’ rappresentato dalle: “politiche populiste che alimentano una strumentalizzazione in chiave securitarizla, con innesto do tutta una serie di preclusioni, automatismi e divieti che non sono in linea con la socializzazione e la rieducazione. Alimentato il pregiudizio per cui solo il carcere può assicurare che non ci sia recidivita’. C’è uno studio per cui chi usufruisce di soluzioni alternative extramoenia vede ridotta la recidivita’”.
Che cosa vuole rappresentare la giustizia riparativa? Per D’Arario non ci sono dubbi: “Una giustizia di pacificazione sociale. Una finalità che mira a coinvolgere nella gestione delle conseguenze i diretti protagonisti ed in ogni caso la comunità sociale. Poiché realizza un modello di gestione delle conseguenze del reato di tipo orizzontale si guarda con diffidenza dagli avvocati, assimilandola ad una mediazione civile ma soprattutto guardata con tanta diffidenza dei magistrati. Non molto quelli di prima istanza, ma dalla Cassazione. La Cassazione cosa ha detto? D’Arario ha ricordato come nella norma il ruolo del magistrato non e ‘ chiaramente indicato per autorizzare le attivita’ della Giustizia Riparativa, aggiungendo: “tutto sommato non è chiaro se ci si possa riferire ad un centro di giustizia riparativa attraverso un guardiano del cancello, che autorizza. La Cassazione ha detto che la giustizia riparativa non integra un sistema giurisdizionale ed è solo un servizio di ascolto sociale, ritenendolo un servizio di relazione tra le persone. Credo sia arrivato il momento e ci sia la sensibilità per ripensare la giustizia penale che non sia più confinata all’ esclusivo accertamento della responsabilità penale. La giustizia riparativa vi impone un salto di qualità. Siete chiamati in causa per chiudere il cerchio della giustizia penale, da cui è rimasta fuori la vittima del reato. Che pretende che venga fatta giustizia ben oltre. Ci sono vittime che un vostro intervento di giustizia riparativa può attenuare”. Importanti le testimonianza dei due sacerdoti, a partire da padre Mario Picech, cappellano di San Vittore, che però ha raccontato anche la sua esperienza nelle carceri messicane, richiamando fondamentalmente alla responsabilita’ e quello di padre Marco. Per il direttore dell’Uepe Marilena Guerriera: “Il messaggio è che tutti possiamo essere agenti del cambiamento. Ognuno di noi deve dare il meglio di sé”. Giuseppe Centomani ha inve ce sottolineato e declinato vari concetti di giustizia giusta, a partire da quella di “giustizia utile, in particolare alla comunita’”. Le conclusioni affidate al giudice Gian Piero Scarlato che non ha mancato di concordare con uno degli argomenti che piu’ e’ tornato nei vari interventi: “non posso che essere d accordo con ritenere che occorre un mutamento culturale”. Non e’ certo possibile “una prognosi” sulla Giustizia Riparativa, perché per il magistrato sta rappresentando l’ennesima “arma spuntita” sul piano organizzativo . Abbiano le norme ma non possiamo operare . Se darà una strada percorribile per arrivare all intento di una giustizia giusta.. se dovessi farvi oggi un discorso su quello che accade nelle aule penali, non sarei ottimista. Si fa ancora ricorso alla giustizia penale anche per reati banali che occupano lo stesso tempo, se non anche di piu’ di reati importanti”. E ha ricordato come e’ “obbligo del giudice e quello di tentare una conciliazione tra le parti, mi rendo conto che è una strada ancora difficile”.
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