FOTO / La “grande bellezza” di Giovanni Santoro, il padre della boxe avellinese

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E’ come se Giovanni Santoro fosse ancora in mezzo a noi, nella sua Avellino. I suoi insegnamenti sono scolpiti negli occhi di un campione “nato” soprattutto grazie a lui, Agostino Cardamone. La sua voglia di vita è impressa nella gioia degli amici, tanti, che parlano di lui al presente e che gli mandano saluti, “perché lui ci guarda e ci protegge”. Il suo stile, la sua eleganza, sono tutti concentrati nel garbo e nella gentilezza della moglie Antonietta Nardulli e dei figli presenti, Antonio, Rossella, Alessandra.

Una parte della famiglia Santoro, famiglia caparbia ed ostinata proprio come lui, Giovanni, maestro di boxe, maestro di vita, amico amatissimo, marito, padre, nonno esemplare. Caparbia ed ostinata che ha voluto ricordare, giustamente, un uomo che ha dato tanto alla sua città con una mostra che, fino a domenica, è possibile visitare al circolo della Stampa.

Tre giorni di ricordi e memorie che sono dei validi insegnamenti anche per il presente e per il futuro. Raccolta di foto, una più bella dell’altra, curata in modo magistrale da Rosy Ampollino. Ma ci sono anche dei video che scorrono sul televisore e che fanno venire i brividi, perché nelle immagini si vede un giovanissimo Ottavio Giordano intervistare un giovane Santoro. Lo sport d’altri tempi, l’Avellino d’altri tempi: Santoro ha rappresentato un mondo che forse oggi non c’è più, una “grande bellezza”, quando bastavano una stanza piccola trasformata in palestra, due guantoni, per creare una famiglia, non solo degli atleti, e dei campioni.

La “grande bellezza” sta proprio in questo. Tutto dimostrato dal grande affetto nei suoi confronti il giorno dei funerali, un anno fa, grande affetto che, dopo 365 giorni, è rimasto intatto, a guardare oggi la sala del circolo della stampa. Tra le foto, i cimeli – anche alcuni suoi appunti scritti a mano – le medaglie e le coppe, tante persone, tutte per lui. “Giovanni Santoro ci ha fatto diventare uomini, prima che atleti”, sottolinea Cardamone. “Gli sono debitore, per quello che ha fatto per me, sul ring e fuori dal ring”.

“Il pugilato è arrivato ad Avellino grazie a lui”, ricorda Nicola Mollica, che delle Federazione puglistica provinciale è stato a lungo presidente. “I risultati che ha conseguito Santoro sono scritti nella storia, non solo con Cardamone. Ci siamo tolti, insieme, tantissime belle soddisfazioni, spero che sia un esempio per le nuove generazioni”.

“Giovanni Santoro va ricordato oggi ma anche in futuro”, dice Giuseppe Saviano, delegato provinciale del Coni. “Dobbiamo rispettare la storia e lui è la storia del pugilato in questa città”.

Il pugilato, per Santoro, non era solo uno sport. Quante amicizie, quanto affetto ha creato. Lo ricorda, alla perfezione, Donato Anzante. “Ero un giovane ristoratore tanti anni fa e Giovanni portava i suoi ragazzi da me anche per farli lavorare, in modo tale che potessero guadagnare qualcosa”.

“Se oggi fosse qui con noi sarebbe molto contento ma non si sarebbe mostrato tanto in prima persona, perché era molto discreto”, spiega la moglie Antonietta. In pratica, era uno al quale piaceva stare più dietro le corde, per restare al gergo pugilistico. “Era una amante dell’amicizia oltre che del pugilato. E non si è mai vantato dei tanti risultati raggiunti. Ha dovuto lottare tanto affinché la boxe arrivasse ad Avellino ed affinché non fosse considerata uno sport minore e violento. Ha dato un grande contributo ai giovani della città ed è stato un esempio di modestia”.

Ha tolto dalla strada una marea di ragazzi, questo è fondamentale ricordarlo e farlo capire ai tanti che credono solo nel valore agonistico dello sport. Ha dispensato consigili su come incrociare i guanti ma anche su come evitare i cazzotti della vita. “Sapeva creare legami veri, affetti. La sua palestra era un luogo di amicizia”, dice Rossella, una della figlie. “Il pugilato era la sua vita, la sua più grande passione. Ci piace vedere che tanti suoi atleti gli sono ancora legati, abbiamo rapporti di amicizia, ancor oggi, con persone che sono state con lui a cominciare dagli anni ’70”.

Giovanni Santoro avrebbe compiuto 82 anni il 29 gennaio. Era appassionato di boxe fin dall’adolescenza, centrando il suo sogno divenendo maestro sotto la guida di Steve Klaus, ancora oggi considerato il padre della boxe italiana. Ma la sua passione per il pugilato affonda radici ben più antiche, fin da quando accompagnava Ernesto Maglio (poi diventato storico massaggiatore dell’Avellino di Sibilia) alle sfide con gli americani della Nato a Napoli.

Avellino e l’Irpinia devono a lui la nascita del pugilato sul territorio: l’Accademia Pugilistica Avellino fu fondata da Santoro nel 1968. La sua prima “casa”-palestra a San Tommaso, negli anni ’70; poi via degli Imbimbo ed infine, l’icona per i boxer irpini, la palestra della scuola media “Dante Alighieri” di via Piave.

“Storie di pugilato” è anche un piccolo testo, molto comodo e rapido da leggere, curato graficamente da Carmine Picone e che raccoglie gli scritti del “maestro”. Santoro, tra le altre cose, rifletteva: “Agli occhi dei più il pugile è un atleta tutto muscoli che sferra cazzotti in una prova fisica di forza e resistenza. Il pugilato, invece, è un percorso di allenamento mentale che solo secondariamente si riflette nella prestazione fisica”.