Criminalità: convegno ad Avellino per non abbassare la guardia

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Avellino – Un grande significativo passo per quello che appare un sogno irrealizzabile in un Mezzogiorno flagellato dalla camorra, dalla mafia, dalla secolare piaga della criminalità organizzata.

Ottima la riuscita del convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Avellino, “La dimensione imprenditoriale delle organizzazioni criminose”. Quanto mai attuale l’argomento cardine dell’incontro. Le diverse personalità intervenute hanno discusso da diversi punti di vista sulla mutazione della criminalità organizzata in senso imprenditoriale.
Presenti in aula, tra gli altri, il sindaco di Avellino, Giuseppe Galasso, il presidente di Confindustria Avellino, Silvio Sarno, il consigliere regionale Castelluccio. Hanno partecipato all’interessante dibattito personalità di spicco del mondo accademico e giuridico. I lavori sono stati introdotti da Edoardo Volino, Presidente dell’ordine degli Avvocati di Avellino, che dopo i saluti ha ceduto la parola a Mario Aristide Romano, Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Avellino.

Il Procuratore Romano si è soffermato sul fenomeno “dell’inquinamento malavitoso” nel tessuto sociale: “La criminalità organizzata di oggi, pur muovendosi proprio come un’azienda presenta una differenza abissale con le imprese sane. Mentre infatti queste ultime nel produrre profitto per sé stesse generano anche sviluppo per il territorio in cui operano, le organizzazioni criminose, creando indiscriminatamente profitto per un personale tornaconto, non se ne preoccupano minimamente ma anzi devastano e minano alle fondamenta il tessuto sociale”. Il dott. Romano ha puntato il dito sulle infiltrazioni camorristiche nelle amministrazioni e nelle istituzioni: “Le organizzazioni criminose operano in quelle zone dove la linea di demarcazione tra istituzione e mafia, tra legale e illegale appare assai labile. In queste aree grigie la malavita organizzata ha bisogno per la propria sopravvivenza di un’interfaccia con le istituzioni e grazie alla spregiudicatezza di alcuni, garantisce a sé stessa continuità attraverso consociativismi e compromessi. Urge – ha concluso il Procuratore – contrastare questa contaminazione per permettere all’economia, quella sana e legale, di potere rivendicare i propri legittimi spazi”.

E’ intervenuta successivamente Biancamaria D’Agostino, consigliere segretario dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, che prima di lasciare la parola ai relatori, si è soffermata su un Rapporto del Ministero dell’Interno del 2008 portando in evidenza dati preoccupanti: “Dal mero riciclaggio di capitale le organizzazioni criminose sono passate negli ultimi anni a vere e proprie colossali operazioni di investimenti in diversi settori dell’economia, leciti e non, conquistando, una dopo l’altra, nuove fette di mercato. Tutto ciò ha comportato l’assunzione di posizioni di rilievo nel panorama economico nazionale e addirittura internazionale. Lo stesso Marco Venturi, Presidente Nazionale di Confesercenti, ha recentemente asserito la configurazione di vere e proprie holding che presentano fatturati da capogiro pari al 6% del Prodotto Nazionale Lordo. Simile l’analisi anche della BBC che in un articolo ha denunciato l’incremento negli ultimi mesi di profitto della criminalità organizzata che paradossalmente starebbero arricchendosi proprio sulla crisi finanziaria mondiale”. L’affondo dell’avvocato D’Agostino si è concentrato sul “contrasto patrimoniale, che rappresenta l’unico strumento disponibile al momento”.

Maestralmente diretto, l’intervento di Alberto De Vita, docente di Diritto Penale presso l’Università degli studi di Napoli Partenope, si è articolato in senso più tecnico. De Vita ha fatto riferimento alla giurisprudenza della Corte di Cassazione che, in una sentenza sul caso Impregilo, ha operato una decisiva distinzione. “La Cassazione separa l’aspetto giuridico da quello criminologico. Per capire appieno la realtà della criminalità d’impresa occorre distinguere la dimensione imprenditoriale da quella criminale. L’economia italiana è profondamente malata perché il suo capitalismo nasce all’insegna di un apparente indistricabile connubio tra economia e criminalità. Siamo di fronte a fenomeni molto tristi per la società del Mezzogiorno: se fino ad alcuni decenni fa infatti si assisteva alla migrazione della classe operaia e dei lavoratori meno qualificati, attualmente a lasciare la propria terra natia sono le “élite”, le fasce cioè più istruite che si ritrovano a non trovare un meritato riscontro a livello lavorativo o peggio ancora a doversi confrontare con la malsana realtà delle associazioni criminali. La nostra economia inoltre sta soffrendo molto più delle altre grandi economie mondiali per la ribalta dei nuovi giganti, vedi Cina e India. Le piccole imprese vengono quotidianamente stritolate dal sempre più intenso fenomeno della globalizzazione mentre i colossi aziendali si rifugiano dietro il monopolio.”
Interessante l’analisi “biologica” dell’evoluzione delle “holding” criminali riportata da De Vita, secondo cui le organizzazioni criminose seguirebbero un preciso percorso evolutivo. “La vita delle “imprese” camorristiche conosce tre diversi stadi evolutivi. Dalla fase predatoria, quella in cui cioè accumulano capitale e impongono il proprio controllo sul territorio, passano alla pase parassitaria, attraverso soprattutto attività estorsive continuano ad accumulare capitali che poi sarà in parte anche utilizzato per sostenere i costi del proprio “esercito”. La fase evolutiva finale è quella simbiotica, in cui cioè non si riesce più a distinguere tra impresa pulita e criminalità. Le più grandi organizzazioni criminali che attualmente operano e saccheggiano il nostro mezzogiorno sono tutte allo stato simbiotico. Questo però non significa che non facciano più opera predatoria e parassitaria. Il punto forte della loro, purtroppo, eccellente operosità risiede attualmente nell’attività di riciclaggio. Un dato questo che ci fa riflettere su come venga violato un fondamentale principio, costituzionalmente sancito, che è quello dell’uguaglianza nei rapporti economici. L’attività di riciclaggio anzitutto fa acquisire enormi vantaggi in termini di concorrenza alle holding criminose ma anche e soprattutto, rende difficoltoso il lavoro degli inquirenti, perché una volta “lavato” il danaro sporco, è quasi impossibile risalirne alla fonte. Ciò di cui necessità urgentemente il nostro paese, è una riforma anzitutto del diritto societario, poiché attualmente il nostro diritto in casi specifici permette l’anonimato del titolare dell’azienda rendendo poi al diritto penale, in caso di attività illecite, l’individuazione dei colpevoli. Gli strumenti legislativi devono entrare in sintonia quindi con quelli investigativi. Fin quando non si realizzerà tale armonia sistemica, l’unica soluzione alternativa è quella delle sanzioni patrimoniali e della presunzione legislativa”.

Ha preso poi la parola Antonio Guerriero, Procuratore Capo del Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, che ha tracciato uno spaccato di storia ricordando l’agguato camorristico subito dall’allora Sostituto Procuratore, Gagliardi, dal quale miracolosamente scampò, e richiamando l’incredibile presa di potere delle organizzazioni criminose dopo il terremoto dell’80: “La criminalità di allora si rese conto degli enormi profitti che avrebbero potuto ricavare dall’emergenza alloggi post terremoto e dalla conseguente immensa domanda edilizia. Il salto delle organizzazioni criminose è proprio qui, nell’acquisizione di logiche tipiche della Prima Repubblica, quelle cioè che ci hanno portato a Tangentopoli. L’intento dell’incontro di quest’oggi- ha dichiarato il dott. Guerriero – è lanciare un allarme: non dobbiamo permettere che la criminalità prenda piede e conquisti consenso sociale, facendo credere di regalare un finto sviluppo al proprio territorio. Bisogna salvaguardare il nostro territorio dalle infiltrazioni criminali, delle imprese del casertano e del napoletano. Innanzitutto ciò può essere fatto attraverso la creazione di una giustizia più rapida ed efficace, che in tempi ragionevoli colpisca i colpevoli e liberi gli onesti imprenditori dalla morsa asfittica della camorra. Perché, e questo non lo dico io, ma studi di università autorevoli, dove la Giustizia è più snella ed efficace anche l’economia funziona meglio. Noi, avvocati, giudici, Forze dell’Ordine, dobbiamo lavorare con piglio manageriale, con le seppur poche risorse a nostra disposizione dobbiamo ottimizzare la macchina giudiziaria perché una giustizia più rapida ed efficace significa prendere a bastonate la malavita organizzata” .

Tra gli applausi dei presenti, è intervenuto poi Antonio Laudati, Direttore Generale della Giustizia Penale presso il Ministero di Giustizia. Laudati si è soffermato sul ruolo degli avvocati nel terzo millennio e sullo scenario futuro a cui dovranno adeguatamente rispondere: “La giustizia è una precondizione dell’economia e in quest’ottica appare chiaro come quello dei giudici e degli avvocati sia un ruolo propedeutico a un più giusto sistema economico. Ma gli avvocati di oggi e di domani devono far fronte ad importanti cambiamenti. Anzitutto parto dal fattore “Transnazionalità”: di fronte ad una criminalità organizzata recentemente sempre più transnazionale, i processi diventano parimenti transnazionali, si pensi all’istituto del mandato di arresto europeo. I giovani avvocati devono adeguarsi a questi nuovi profili e specializzarsi in questo senso. Così come cambia il lavoro di avvocatura con l’introduzione di nuove tecnologie”. Il Direttore ha riportato a tale proposito il caso di un processo per omicidio e violenza carnale negli Stati Uniti in cui il DNA è stato utilizzato come elemento identificativo del colpevole di cui non si conosceva il nome. Terzo e ultimo fattore su cui si è soffermato Laudati è quello del contrasto patrimoniale. “Che in futuro si identificherà sempre più con l’istituto della confisca, che se prima era solo facoltativo, adesso è obbligatorio. Il mio monito – ha concluso Laudati – è quello di una visione transnazionale della giurisdizione”.

E’ seguito poi l’intervento di Antonio De Iesu, Questore di Avellino che ha sottolineato la necessità di azioni sinergiche a contrasto delle organizzazioni criminose. “Oggi si possono mettere in campo attività investigative su beni di proprietà di soggetti pericolosi. Anzitutto lo Stato deve andare a verificare la sussistenza della legittimità della proprietà privata e, nel caso quest’ultima non sussista, procedere alla confisca”. Quello di cui deficita lo Stato italiano , secondo De Iesu, è una struttura ad hoc per questo tipo di indagini. De Iesu ha infine denunciato la disomogeneità dipartimentale interna al Ministero così come a livello capillare nelle questure. “Bisogna affidare le investigazioni alle squadre mobili tanto più che le misure di prevenzione patrimoniale godono di un’ampia discrezionalità”. Dello stesso avviso sono stati Gianmarco Sottili, Comandante provinciale dei Carabinieri, e Mario Imparato, comandante provinciale della Guardia di Finanza. Entrambi hanno denunciato il pessimo stato di salute dell’economia a causa della criminalità organizzata.

La platea, infine, è stata salutata con un’incisiva battuta: “Dietro gli organigrammi di queste imponenti colossali imprese criminali, si ricordi che c’è sempre… un Kalašnikov”. Insomma un convegno di grande attualità e dalle implicazioni sociali all’ordine del giorno negli ultimi tempestosi momenti della vita italiana e in particolare della nostra regione per la lotta alla criminalità. Un convegno per i cittadini, a difesa dei cittadini.( di Oderica Lusi)

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