Clan Sangermano, i giudici: accertata la partecipazione di Vitale al gruppo

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NOLA- “Un articolato gruppo criminale di cui e’ accertata la partecipazione di Vitale”. Cosi’ i magistrati del Collegio C della Sezione Penale di Nola che hanno condannato lo scorso 30 novembre Luigi Vitale, difeso dagli avvocati Umberto Nappi e Gaetano Aufiero, ad otto anni di reclusione per la partecipazione al Clan Sangermano, hanno motivato in una sentenza di piu’ di cento pagine le ragioni del verdetto nel processo con rito abbreviato (stralciato da quello principale definito davanti al Gup del Tribunale di Napoli Chiara Bardi).

Vitale, secondo le indagini di Dia e Carabinieri di Castello di Cisterna, coordinati dai pm antimafia Simona Rossi e Gianfranco Scarfo’ (attualmente Aggiunto a Benevento), che avevano eseguito il blitz contro il clan Sangermano, avrebbe partecipato al clan occupandosi della “commissione di delitti contro il patrimonio (in particolare estorsioni nei settori dell’edilizia e delle forniture casearie) contro l’economia pubblica e in materia di armi, nella quale ha svolto in via prevalente ma non esclusiva, secondo l’assunto accusatorio, funzioni operative nel procacciamento e nell’utilizzo di armi ed esplosivi, nelle attività estorsive e nel prestito usurario, contribuendo consapevolmente alla realizzazione degli scopi del gruppo criminale”.

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono state definite dai giudici “chiare, precise e convergenti” nonché riscontrate dalle attività tecniche eseguite dai Carabinieri. In particolare quelle di Aniello Acunzo, deceduto nel maggio 2021, che aveva più volte, a partire dal verbale illustrativo dei contenuti della sua collaborazione, fatto riferimento al ruolo di Vitale e al legame con il gruppo di Livardi. Per i magistrati quello dei Sangermano e’ un “articolato gruppo criminale, dotato di notevoli risorse umane e materiali ed in grado di incidere, pesantemente, grazie alla forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo, sulla realtà sociale ed economica della propria area di riferimento compresa tra le province di Napoli e Avellino, imponendo pedaggi estorsivi agli imprenditori operanti nel settore dell’edilizia, della ristorazione e del commercio di prodotti alimentari, erogando prestiti a tassi usurai ed esercitando abusivamente l’attività di credito, e reinvestendo, infine, i proventi dell’attività illecita nel mercato finanziario e immobiliare’.

Il primo “elemento di prova” che dimostrerebbe l’appartenenza di Vitale Luigi al clan Sangermano, secondo i giudici e’ costituito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. scrivono nella sentenza: “La prova dell’intraneita’ del Vitale al sodalizio capeggiato dai fratelli Sangermano emerge, innanzitutto, invero, da una serie di questioni di comune intercettazioni ambientali, nelle quali gli altri affiliati, parlando di questioni di comune interesse criminale, fanno riferimento a “Giggino”, nomignolo del Vitale, dimostrando di riporre grande fiducia in lui”.

In una intercettazione del 15 giugno 2016 nell’abitazione di Sangermano Agostino, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna captano una conversazione tra lo stesso presunto boss e altri due soggetti, Paolo Nappi e Salvatore Sepe, il primo un fedelissimo del capo, il secondo invece, suo cognato. Riferendosi ad una pistola “cromata” Sangermano riferisce a Nappi di doverla consegnare a “Giggino”. La difesa aveva anche messo in evidenza come ci fossero sentenze per cui Vitale veniva accostato al clan Cava o quantomeno per reati aggravati dal metodo mafioso e nell’orbita del gruppo quindicese, quindi impossibile che potesse aderire ad altri sodalizi: “I fatti accertati a carico del Vitale nelle richiamate sentenze non incrinano in alcun modo, dunque, il granitico quadro probatorio emerso a suo carico nel corso delle indagini, ne tantomeno consentono di mettere in dubbio la sua accertata appartenenza al clan Sangermano”.