Clan Cava, scarcerato dopo venti anni e mezzo di carcere il luogotenente del boss

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VALLO LAURO- Dopo venti anni e mezzo di detenzione si sono aperte le porte del carcere di massima sicurezza dove era recluso per Giuseppe Giugliano, 70 anni, alias “Peppe o becchin” , originario di Piazzolla di Nola ma residente a San Gennaro Vesuviano. Giugliano era in carcere ininterrottamente dal 28 marzo 2006, quando era rimasto coinvolto in una vicenda estorsiva. Il nome di Giugliano e la sua storia criminale sono legati a doppio filo al clan Cava. Giugliano e’ stato uno dei più fidati luogotenenti del defunto boss Biagio Cava. Torna libero dopo aver scontato tre condanne per la sua appartenenza al clan quindicese. A partire da quella per le estorsioni ad un imprenditore del nolano, finito nel mirino del clan Cava a cavallo tra il 2004 e il 2005. Ma anche per lui nella notte tra il 5 e il 6 giugno 2008, quella dell’operazione “Tempesta”, il maxiblitz della Dda eseguito dalle Squadra Mobile di Avellino e Napoli, era arrivata la misura cautelare nel carcere dove era già detenuto per le vicende estorsive. Non la prima notifica che gli arriverà in carcere. Altre due lo avrebbero atteso negli anni successivi, insieme alla condanna a 12 anni per la partecipazione al clan Cava, la sentenza emessa dal Tribunale di Avellino dopo una camera di consiglio “fiume” nell’aula bunker di Poggioreale. Per Giugliano non era ancora finita. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia il suo nome finisce coinvolto nel tentato omicidio dell’allora “reggente” del clan Graziano nel Vallo di Lauro, Felice Graziano, alias Felicione, oggi collaboratore di giustizia. Per la Dda di Napoli e poi anche per il Gup del Tribunale di Napoli e i giudici di Appello, le dichiarazioni dello stesso Felice Graziano e dei collaboratori Aniello Acunzo e Antonio Scibelli ( appartenenti al clan Cava) il 18 maggio del 2005 in Via Roma a Quindici, a guidare il Fiat Fiorino con una modifica al tetto per consentire di sparare contro il boss Graziano sul balcone di casa, era Giugliano. Del resto era stato l’ unico ad essere riconosciuto dal bersaglio dell’ agguato, sfuggito al raid perché il kalashnikov spuntato dal buco realizzato sul tettuccio del Fiorino e coperto da una cassetta di frutta, si era inceppato. Graziano aveva riconosciuto Giugliano per una comune detenzione a Viterbo. Era stato lui a tentare di distrarlo, chiedendo informazioni dell’abitacolo del Fiorino. Chiamato in causa delle dichiarazioni di Aniello Acunzo, o bidone, ex guardiaspalle di Biagio prima e di Salvatore Cava successivamente, passato a collaborare con la Giustizia nel 2013. Una vicenda sintomatica del profilo di Giugliano e del legame profondo con il defunto boss Biagio Cava e’ stata sempre ricostruita dagli agenti della Squadra Mobile di Avellino, grazie alle indagini a riscontro delle dichiarazioni di Aniello Acunzo. Come raccontato dal collaboratore di giustizia, tra il 2002 e il 2003 (il periodo dovrebbe essere compreso tra dicembre 2002 e marzo 2003) utilizzando la carta di identità di un cugino di Biagio Cava, sostituita con la sua foto, Giugliano era riuscito ad entrare nel carcere di Vercelli per avere un colloquio con il boss, che era detenuto nel penitenziario piemontese prima di essere trasferito a Viterbo. A raccontare di questa vicenda agli agenti della Squadra Mobile di Avellino lo stesso collaboratore che aveva accompagnato Giugliano da Alseno, dove si era stabilita la famiglia del boss Biagio Cava a Vercelli. Una circostanza confermate dalle indagini della Polizia, che aveva anche rinvenuto la fotocopia della carta di identità con la foto sostituita. Il processo nato dalle indagini del pm antimafia Francesco Soviero per falsità materiale commessa da privato e favoreggiamento aggravati dal metodo mafioso per il cugino del boss e per falsità materiale commessa dal privato e sostituzione di persona aggravata dal metodo mafioso per Giugliano, si era chiuso con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati davanti al Gup del Tribunale di Napoli, così come avevano chiesto i difensori, il penalista Gennaro Somma per GIugliano e Sabato Moschiano per il cugino del defunto boss Cava. Nelle prossime settimane Giugliano dovrà tornare davanti ai giudici, questa volta i magistrati del Tribunale di Sorveglianza, dove sarà discussa la misura di prevenzione applicata nei suoi confronti all’ esito delle sentenze a suo carico e valutata l’ attualita’ della sua pericolosità sociale. Aerre