Camorra in Irpinia: il quadro dopo gli ultimi arresti

Camorra in Irpinia: il quadro dopo gli ultimi arresti

3 Agosto 2019

di Luciano Trapanese 

Criminalità organizzata, il quadro in Irpinia dopo l’ultima operazioneLa relazione semestrale della Dia sulla camorra, diffusa qualche settimana fa, disegna per l’Irpinia una quadro che risulta statico da qualche anno. I Cava e i Graziano tra il Vallo Lauro, il Montorese e con qualche propaggine sul capoluogo. I Genovese (che però nelle sentenze dei giudici risultano estinti), ad Avellino e hinterland. I Pagnozzi in Valle Caudina.

Dopo il blitz nel Vallo di Lauro, l’arresto di un gruppo di fuoco dei Graziano, composto da vecchi affiliati e qualche personaggio in ascesa, sarebbe utile riconsiderare le conclusioni del dossier, per definire una mappa più stringente e credibile della criminalità organizzata in provincia di Avellino.

L’Irpinia – è bene dirlo -, subisce l’influenza esterna che arriva dal Nolano e dalla provincia di Caserta. La camorra del napoletano incide in modo diretto sul Vallo di Lauro, e di conseguenza anche sugli equilibri tra i Cava e i Graziano. Per anni – è storia – i Cava sono stati stretti alleati dei Fabbrocino, con buoni rapporti anche con la cosca dei fratelli Russo. Gran parte della coca e dell’eroina venduta in provincia di Avellino viene gestita da narcotrafficanti del napoletano o del casertano.

Nell’inchiesta che ha portato all’arresto dei cinque componenti della famiglia Graziano, viene delineata in modo dettagliato una strategia di “riconquista” del territorio. Che segue i soliti vecchi schemi: estorsioni, ma non solo. Il gruppo ha anche impedito ad imprese non compiacenti di operare sul territorio: “Qui lavora solo chi vuole la famiglia Graziano”.

Riconquista è un termine corretto. Anche perché dieci anni fa, e soprattutto in alcuni paesi del Vallo (quelli che non erano sotto la diretta influenza dei Cava), era quasi scontato dover “chiedere il permesso” ai Graziano. Ora evidentemente quel tipo di controllo è tutto da ricostruire. Ma evidentemente non è semplice.

E’ dal 2002, l’anno della strage delle donne, che i due clan hanno iniziato a perdere influenza. Anche e soprattutto per una lunga serie di arresti. E lo spuntare – cosa nuova per quella zona – dei primi pentiti ha contribuito a scardinare roccaforti che sembravano inespugnabili. Difese anche da un muro di omertà quasi insormontabile.

Diciassette anni dopo, e una pace molto relativa (non sono comunque mancati attentati, sporadici omicidi e pesanti infiltrazioni in alcune amministrazioni comunali), il fuoco ha ripreso ad ardere sotto la cenere. In modo sempre più evidente.

Lo stesso procuratore Rosario Cantelmo, aveva ammesso con una certa amarezza: “A Quindici in questi anni la società civile non è stata in grado di costruire gli anticorpi necessari per evitare il ritorno dei clan”. Era marzo. E qualche mese dopo bisogna ammettere che aveva ragione.

Ora i vertici dei due clan sono stati scarcerati. Nuove leve sono cresciute. E l’odio tra le due cosche rivali è rimasto immutato. Con una conseguenza evidente: la ripresa degli attentati. E il progetto di un clamoroso duplice omicidio: quello di Rosalba Fusco e Salvatore Cava, moglie e figlio del boss Biagio Cava. Nel tentativo di decapitare il clan e lasciare ai “nuovi Graziano” il controllo di questo territorio di confine tra l’Irpinia e il Napoletano.

E ad Avellino? La Dia continua a ritenere operativo il gruppo dei Genovese. In realtà inchieste contro organizzazione criminali del capoluogo, strutturate e federate come clan, non si registrano da molto.

Le indagini degli inizi del nuovo millennio hanno del tutto sradicato quel gruppo criminale. Tantissime condanne e altrettanti pentiti. Ma c’è soprattutto un dato: quello era il primo clan davvero autoctono. Prima di allora Avellino aveva subito sempre influenze esterne. Negli anni ’80 con la Nco di Cutolo e per tutto il decennio successivo con i Cava e la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, che ha spesso utilizzato il capoluogo irpino per riciclare denaro sporco. Poi erano arrivati i Genovese. Non esiste quindi un humus consolidato – come nel Vallo di Lauro – per la nascita e il radicamento di cosche criminali. O almeno non se ne ha notizia in questi anni.

Discorso diverso per l’altra zona di camorra della provincia di Avellino: la Valle Caudina. Lì c’è un clan consolidato che, nonostante gli arresti, e la morte del boss storico, Gennaro Pagnozzi, agisce senza concorrenti. Anche quella è una zona di confine (come il Vallo di Lauro). Una cerniera tra le province di Caserta, Napoli e Avellino. E la malavita organizzata ha una linea diretta con la camorra casertana. Sicuramente la più strutturata e potente in Campania.