Avellino Calcio – Camorra, scommesse e la beffa della responsabilità oggettiva

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Ingresso della sede della Federcalcio a Roma in una foto d'archivio. ANSA/SAMANTHA ZUCCHI

Claudio De Vito – Il tifoso dell’Avellino vuol sapere in prima battuta chi lo ha tradito ed in seconda, certamente non meno prioritaria, analisi a cosa andrà incontro la propria squadra.

Il corso della giustizia sportiva sull’ennesimo scandalo del calcioscommesse è appena iniziato con l’acquisizione degli atti del filone ordinario da parte della procura federale. Per il procuratore federale Stefano Palazzi tanta carne messa a cuocere dal collaboratore di giustizia Antonio Accurso, che ha consentito alla Dda di Napoli di ricostruire gli sporchi affari legati al calcio.

Il clan Vinella Grassi di Secondigliano aveva deciso di alzare il tiro mettendo le mani sulle scommesse. Per farlo, secondo l’accusa, l’organizzazione criminale si è servita dei calciatori Armando Izzo (indagato in stato di libertà), Francesco Millesi e Luca Pini (tutti e due raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari).

Tutti ex biancoverdi, i quali avrebbero ordito due combine relative a Modena-Avellino del 17 marzo 2014 e ad Avellino-Reggina del 25 maggio dello stesso anno.

Le ipotesi di reato formulate dalla procura di Napoli a loro carico: concorso esterno in associazione mafiosa e concorso in frode sportiva. Secondo gli inquirenti infatti ”si ponevano stabilmente a disposizione della organizzazione” per ”fare da tramite e corrompere giocatori allo scopo di influire fraudolentemente sui risultati delle partite, eventi sui quali gli esponenti apicali della Vinella scommettevano investendo proventi illeciti del sodalizio”. 

Questo il quadro emerso finora, ma che potrebbe arricchirsi di ulteriori elementi in base alle rivelazioni del pentito Accurso. Alla procura federale starà ora accertare i profili di responsabilità di tesserati e società.

Cosa rischia l’Avellino? Innanzitutto è da escludere la configurazione della responsabilità diretta (individuata nel caso Catania), dal momento che non risulta coinvolto alcun dirigente o persona della società nell’inchiesta. Di conseguenza, l’Avellino non rischia la retrocessione nella categoria inferiore.

Certamente più concreto è il profilo della responsabilità oggettiva ex articolo 4, comma 2, del Codice di giustizia sportiva.

Patron Taccone insieme a tutta la dirigenza si è già dichiarato parte lesa e farà valere la sua tesi anche in giudizio ma, secondo la norma, le società rispondono delle condotte dei propri tesserati. Un principio beffardo e controverso che suona come una mannaia sulle società, sempre più ostaggio dei calciatori.

Se dovesse essere accertata, corredata dal deferimento del procuratore federale, la responsabilità oggettiva comporterebbe una penalizzazione da scontare nel prossimo campionato, ipotizzabile sommariamente tra i due e i cinque punti.

L’entità della penalizzazione dipenderà da tanti fattori, come il ruolo avuto dal tesserato nella vicenda, dal numero di partite combinate (due secondo quanto già accertato) e dalla funzionalità della combine, cioè se l’alterazione del risultato abbia apportato benefici in classifica.

In quest’ultimo caso, pare evidente per l’Avellino che non ci siano stati vantaggi che al contrario sono stati tutti ad appannaggio della criminalità intenzionata a lucrare sul business del calcioscommesse.

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