Atripalda – Riceviamo e pubblichiamo: Mentre nel Piddì (anche nel Piddì irpino) si va delineando una prevedibile resa dei conti (in Irpinia, la più dura da almeno 40 anni a questa parte), si affaccia in un contesto non ancora decifrabile una delle prime sostanziose riflessioni ‘politiche’ dopo la celebre proposizione di Manlio Rossi Doria, “dell’osso e della polpa”, manifesto-metafora della necessità di un ‘riequilibrio’ a favore delle zone interne. Parliamo naturalmente del ‘piano strategico’ della Città di Avellino, sul quale con una accelerazione improvvisa (ed opportuna, per la verità) prova a misurarsi la classe dirigente provinciale (nelle sue espressioni, politiche, sindacali, imprenditoriali, dei servizi e chi più ne ha, più ne metta). Sia consentita una sommessa considerazione preliminare. Nonostante i ripetuti ed inascoltati richiami dell’assessore regionale De Luca (inascoltato, da chi evidentemente continuava ad invocare le solite, inappellabili, scelte monocratiche), l’Irpinia sembra arrivare ancora una volta in affanno all’appuntamento con una programmazione concertata dei fondi europei. Speriamo non in ritardo, e su decisioni già prese, in un treno in corsa che, a quanto si dice, potrebbe anche essere l’ultimo. Insomma, anche le autorevoli riflessioni estive ed autunnali di Ciriaco De Mita rischiano, al di là della qualità del contributo, di provocare solo un diffuso chiacchiericcio che fa fatica ad assumere ‘dignità’ di dibattito (contributo che, in ogni caso, pare almeno ‘tardivo’, per chi ha gestito, fino ad oggi, le sorti della provincia in regime di monopolio). Ma tant’è. Svegliati all’improvviso dal torpore dogmatico e dalla speranza salvifica nelle “magnifiche sorti e progressive” promesse dal Piddì, ci ritroviamo con una classe politica incerta e soprattutto in evidente crisi identitaria e di leadership. Circostanze che, combinate con le ingenti risorse destinate alla Campania (15 miliardi di Euro all’Irpinia), possono innescare effetti incontrollabili, mentre evocano la tormentata gestione dei fondi della ricostruzione post-sismica. Peraltro l’inedito, ed altrimenti ignoto, attivismo ‘politico’ del sindaco Galasso, insieme alla sostanziale marginalizzazione dei paesi dell’hinterland (a cui si impone una mortificante afasia) sono segnali di pessimo auspicio per l’Irpinia prossima ventura. Insomma, dalle brucianti accelerazioni del dibattito, nei giorni scorsi, più che indicazioni ‘strategiche’’ sullo sviluppo della provincia irpina, si ricava la sola, poco entusiasmante, impressione di una corsa al posizionamento ‘tattico’, che si immiserisce intorno ad una inattuale e miope logica Avellinocentrica e dei suoi presunti “punti archimedici”. E mentre Mercogliano sembra in grado di difendere un suo ruolo di nicchia, per Atripalda, Montefredane, Manocalzati, San Potito, Sorbo, Cesinali, Aiello, Parolise, Salza ecc. sembra aprirsi solo un’aspra contesa sulla destinazione delle ‘briciole’, che lascia a queste comunità pochi spiccioli e funzioni marginali, quando non le condanna al ruolo di malsane periferie urbane. Il guaio è che, a fronte di una prospettiva così poco incoraggiante, si assiste a fragili, per quanto necessarie ‘obiezioni’ individuali, senza un articolato progetto comune, un’idea, una prospettiva che non sia la solita e triste guerra tra i ‘poveri’. Mentre appare utile la riflessione sul ruolo di un capoluogo di provincia, che da due secoli si interroga e si tormenta sulle ‘occasioni storiche’ malinconicamente mancate, si intravede, insomma, un scontro epocale sulla ‘gestione’ delle risorse, sul chi e dove, più che intorno ad una piano ‘strategico’ di largo respiro. In questo contesto i quattro capponi di Renzo continueranno furiosamente a beccarsi, mentre la pentola al fuoco ne ha già segnato il destino. Nel tentativo (beninteso legittimo) di trovare finalmente un ruolo alla città di Avellino, città dello spettacolo, città dei ‘servizi’, città del terziario, si smarrisce il senso, l’orgoglio e l’appartenenza ad una piccola comunità come quella Irpina, di poco più di quattrocentomila abitanti, che rischia di logorarsi ed inacerbirsi nello sterile ed improduttivo gioco al massacro di ‘periferie’ che generano ‘periferie’. Frantumati troppo presto i sogni (e per alcuni le speranze) di un Piddì in grado di misurarsi, ad Avellino ed altrove, sullo sviluppo (su questo era stata impostata, per esempio, la già lontana campagna elettorale di Atripalda, con il poscritto della accorata ‘invocazione’ ai ‘potenti’ di questa nostra terra: “non ci abbandonate”) preoccupa la desolata solitudine e la sostanziale ininfluenza della città sul Sabato ai tavoli che contano. Il sindaco Laurenzano avrebbe ancora la possibilità, con uno scatto di orgoglio, di chiamare tutte le forze cittadine (culturali, economiche, imprenditoriali, politiche) a sostenerlo in un confronto alto, senza pregiudiziali e vincoli di appartenenza, in una delle fasi più difficili della storia degli ultimi decenni. Sarebbe il primo segnale (altri ne dovrebbero venire) di una esperienza che, nata per meschine rivendicazioni di ruolo, potrebbe trovare una possibile occasione di riscatto.
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