Aree interne, il paesologo Arminio:investire sui giovani non sulle piazze ristrutturate tre volte

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AVELLINO- “Lo spopolamento e’ come un cancro silenzioso, una malattia grave per il Paese e i paesi”. Franco Arminio, paesologo e poeta che combatte da anni per le aree interne guarda con qualche dubbio questo continuo riferimento a livello regionale e nazionale alle aree interne, anche se a suo avviso, la politica farebbe bene a guardare alle sofferenze delle mille Italie. Abbiamo conversato con lui a margine di un incontro svolto a Palazzo Vescovile ad Avellino proprio sul tema aree interne e su quale può essere il contributo dei governi, da quello nazionale ai Comuni, ma anche dei cittadini.
Le aree interne sembrano al centro dell’agenda politica nazionale e regionale: siete convinto che sia così?
“Me lo auguro. Non mi pare di cogliere segnali incoraggianti. La situazione internazionale sposta oggettivamente l’attenzione verso questioni più grandi, tipo appunto le guerre. Sarebbe veramente necessario che la politica portasse lo sguardo alle mille Italie che soffrono. Lo spopolamento e’ un cancro silenzioso, una grande malattia per questi paesi”.
La poesia può “salvare” le aree interne di questo Paese?
“La poesia non ha competenze legislative, però ci può aiutare ad abitare con più attenzione quei luoghi. Magari a capire che è bello svegliarsi all’alba, dando uno sguardo al paesaggio intorno ai paesi. Abitare meno svogliatamente. Perché cogliendo le bellezze dei luoghi riattiviamo un entusiasmo e quindi in qualche modo tendiamo a rimanere in quei luoghi e di fatto evitiamo lo spopolamento. Quindi indirettamente la poesia svolge un ruolo anche in questo”.
Per le aree interne porta avanti una battaglia da anni. Cosa si può fare, cosa possono fare le comunità, cosa devono fare I governi?
“Intanto i governi in questi anni hanno fatto molto poco, sia quelli di destra che quelli di sinistra. In questo momento è anche difficile immaginare che ci sia un’attenzione forte verso le aree interne perché oggettivamente la situazione internazionale e’ molto difficile. Restano i sindaci, restano i cittadini. I cittadini possono fare molto. Qualche giorno fa parlavo di un pantalone a 1250 euro, un cappotto a 6000 euro, più o meno il prezzo di una casa a Bisaccia o in uno dei tanti paesi dell’Appennino. Quindi anche comprare una casa, restaurarla. I cittadini possono fare qualcosa. Intanto come dicevo prima i paesi vanno abitati meno svogliatamente. Noi abbiamo bisogno di abitanti entusiasti. Non di scoraggiatori militanti ma di incoraggiatori militanti. Perché se uno abita il paese cogliendone tutti i limiti e non valorizzandone le potenzialità che ha. L’Italia, il mondo ha bisogno di citta’, ha bisogno di campagne e di paesi. I paesi sono un pezzo prezioso nella filiera dell’abitare. Poi ovviamente sceglie. Però dobbiamo dare la possibilità a chi vuole di stare nei paesi, soprattutto ai ragazzi. Poi uno può dire: voglio vivere a Berlino, a Francoforte, va bene. Però se uno vuole stare nel paese, dico che i soldi vanno spesi per aiutare i ragazzi, più che per rifare la quarta o la quinta volta la piazza che magari non serve a niente. In quel caso e’ come mettere un anello al dito di uno scheletro. Quindi e’ uno spreco. Bisogna investire sui ragazzi”.
L’ ultimo libro si intitola “La grazia della fragilità”. E’ un invito a riscoprire il valore della fragilità?
“Certo. Anche i paesi sono luoghi fragili. Però la persona fragile, il luogo fragile a volte ha qualcosa di commovente, ha una sua intensità, una sua grazia che può essere colta. Io mi emoziono più in un piccolo paese abbandonato che in una grande città. Quindi, ripeto, non è che io propugno l’abbandono delle città. Serve tutto. Il problema e’ che i paesi stanno morendo e non devono morire”. Aerre