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Tutto vero, ma forse ci si è dimenticati che ad inizio delle ultime tre stagioni giocate in cadetteria il leitmotiv era lo stesso, così come il risultato finale: retrocessione!
Non vogliamo sparare sentenze premature, anzi. Riteniamo che questo organico abbia le carte in regola per salvarsi e che calciatori e tecnico in questa fase iniziale vadano sostenuti, incoraggiati e laddove se ne avvertisse la necessità, criticati in maniera costruttiva. Lo hanno capito anche i tifosi che dopo le pesanti sconfitte subite in queste due prime uscite stagionali, hanno comunque tributato un lungo applauso agli uomini in maglia verde, riservando invece fischi, sfottò e inviti a farsi da parte all’amministratore unico Pugliese, reo di quegli stessi errori commessi nel passato e che evidentemente non hanno insegnato nulla né a lui, né al suo entourage. Ma prima che la nave “riaffondi”, c’è tempo per rinsavire. Soprattutto se la notte porta consiglio…
Magari lo porterà agli addetti dell’area comunicazione dell’Us Avellino e a chi impartisce “certe direttive”. Non è possibile arrogarsi il diritto di decidere arbitrariamente quale tesserato può, o peggio ancora deve, parlare e chi invece non può farlo, togliendo di fatto ai giornalisti della carta stampata, delle emittenti radio-televisive e del web-testata giornalistica, la possibilità di poter svolgere il proprio lavoro in piena autonomia senza condizionamenti di sorta. Si tratta di una inconcepibile volontà di standardizzare l’informazione sportiva e di un ostracismo assurdo che ha come unico effetto quello di scavare un solco ancora più profondo tra la società, la squadra e la tifoseria.
Una volta l’equipe biancoverde era parte integrante della città; i calciatori erano parte attiva della comunità che li accoglieva, proteggeva, coccolava e all’occorrenza “bastonava”, perché si voleva inculcare in loro lo spirito guerriero di questa gente. Da un po’ di tempo a questa parte ciò non accade più e non per colpa dei tifosi. L’Us Avellino non è più avvertita come patrimonio della comunità irpina: appare distante, nonostante la fede nei colori biancoverdi: impedire ai calciatori di poter parlare a cuore aperto, di partecipare a forum e trasmissione televisive, di fargli vivere la città, è controproducente. Così come lo è, da parte del patron, rimanere in silenzio a “tempo indeterminato”, scegliersi i propri interlocutori e addirittura pensare di entrare nell’editoria per “parare e contrattaccare” nel segno di quella libertà di parola che poi sembra negare ai suoi dipendenti.
Il sogno degli editori è quello di fare informazione senza i giornalisti o con operatori deboli, così come il desiderio di questa società sembra quello di poter scegliere liberamente come comportarsi senza dover rendere ragione a nessuno. Forse è bene ricordare a chi di dovere che la mansione professionale di un giornalista è quella di informare obiettivamente e incondizionatamente i propri lettori e non necessariamente risultare simpatico a chiunque. Il nostro non è un attacco, ma semplicemente un invito a far riflettere chi, tentando di fare piazza pulita intorno a sé, sta rimanendo sempre più solo e a chi, ricoprendo un ruolo importante nel settore comunicazione, dovrebbe essere più elastico, preciso e puntuale nell’informare e lasciar spazio a chi vorrebbe farlo in maniera non univoca.
Mai dire mai. Magari la notte porta consiglio… (di Nicola Iannaccone)