Avellino – Scoppia la guerra del latte. Coldiretti, Cia, Confagricoltura, esprimono insoddisfazione e malcontento per le proposte avanzate dall’associazione degli Industriali che rappresenta i caseifici irpini e considerano inadeguati e irrisori i prospettati aumenti del latte all’origine, a fronte della frequenza degli aumenti al consumo. Si va, dunque, verso il blocco delle consegne del latte. Le organizzazioni di categoria hanno deciso di indire due assemblee popolari per consultare i produttori in merito alle iniziative da intraprendere. Due gli appuntamenti: ad Ariano irpino alle ore 10 e a Lioni alle 18,30. Tra gli obiettivi, oltre lo sblocco della vertenza, la realizzazione di una filiera “premiale”, che incoraggi la permanenza e non l’abbandono dell’allevamento locale. Gli allevatori associati alle tre organizzazioni di rappresentanza si ritroveranno per valutare la situazione attuale: finora si registra qualche aumento a macchia di leopardo, ma non è stato raggiunto alcun accordo collettivo tra le parti, paragonabile a quelli chiusi in tutte le province limitrofe tra produttori e trasformatori.
Attraverso un documento unitario, portato a conoscenza del prefetto, che aveva tentato giorni fa una prima mediazione, le tre organizzazioni agricole esprimono malcontento per l’esito della riunione che si è tenuta presso la Confindustria di Avellino, dove si sono ritrovati i titolari dei maggiori caseifici della provincia. Coldiretti, Cia e Confagricoltura ritengono che, al di là degli aumenti del prezzo del latte alla stalla, praticati da alcuni caseifici e giudicati insufficienti, occorra giungere ad un accordo su un prezzo minimo per tutti i produttori di latte, come del resto sta accadendo in ogni parte d’Italia. Le organizzazioni agricole considerano anche una “manipolazione della realtà” il timore paventato dai trasformatori di un aumento dei prezzi al consumo qualora sia incrementato quello all’origine. “Scaricare sull’agricoltura il caro-vita – sostengono le rappresentanze dei produttori – è del tutto ingiustificato, vista la fatica che ancora stanno facendo gli allevatori per farsi riconoscere pochi centesimi d’aumento”. Si apre, dunque, una settimana di mobilitazione. Non sono escluse clamorose azioni di protesta, di alleanza con i consumatori e di revoca delle consegne. “Prove di unità agricola a fronte – come sostengono Coldiretti, Cia e Confagricoltura – della latitanza dei trasformatori”. “Sembrano permanere – si legge ancora nel documento – da parte dei trasformatori ataviche resistenze a un progetto comune di sviluppo. Riflessi condizionati che si traducono nella costante depressione del prezzo alla stalla, pur in presenza di un prezzo al consumo in costante e inspiegabile aumento”. Coldiretti, Cia e Congafricoltura ritengono che il momento attuale serva a sbloccare la tradizionale inerzia della filiera, fondata sul minimo prezzo alla stalla e la massima importazione, introducendo la possibilità di un rilancio della caratterizzazione del prodotto locale. L’obiettivo è di giungere ad una filiera “premiale”, che incoraggi la permanenza e non l’abbandono dell’allevamento locale. In particolare si ritiene che le situazioni sono diversificate e che “alcuni caseifici” hanno già “concesso” progressivi aumenti. “Ciò in parte è vero, anche se in misura insufficiente – si legge nel documento – proprio per la mobilitazione della categoria, visto che, quando, alcune settimane fa, nelle altre regioni si procedeva ai primi aumenti del prezzo alla stalla, in Irpinia si faceva finta di niente con prezzi paragonabili a quelli di un decennio fa”. Infine una valutazione sulle prospettive di sviluppo del settore, che avrebbe invece “bisogno di un’estensione di comportamenti virtuosi, proprio per valorizzare e caratterizzare in un unico sistema territoriale produzione alla stalla e trasformazione”. Nella nota diffusa dall’Unione industriali si sostiene che attualmente non ci sono vincoli contrattuali tra le parti e che, quindi, ogni produttore di latte è libero di scegliere i propri conferitori. “Occorrerebbe – replicano le organizzazioni agricole – che tale “libertà” non fosse l’unico rimedio da adottare da parte degli allevatori, visto che la precarietà delle relazioni agro-industriali non favorisce di certo i programmi di sviluppo a medio e lungo termine”.
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