Riciclaggio, cinque irpini nella rete di “prestanome” vicina al Clan Contini

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AVELLINO- Cinque irpini nella ragnatela di società fittiziamente intestate per sfuggire ai controlli da parte di un gruppo ritenuto vicino al clan Contini (per la Procura Antimafia infatti esiste questo legame, il Gip Maria Luisa Miranda non ha ritenuto gli elementi sufficienti per contestare l’aggravante dell’agevolazione mafiosa).

Si tratta di cinque soggetti, tra cui due donne, che compaiono tra gli 82 indagati nell’inchiesta coordinata dai magistrati della Procura guidata da Nicola Gratteri (i pm antimafia Orlando e Converso) e condotta dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza del Nucleo Pef di Napoli.

Soggetti residenti ad Avellino, Atripalda, Mercogliano, Mugnano del Cardinale, una quinta indagata di origini irpine risiede in Svizzera. Proprio lì ci sarebbe stata anche la società che era intestata solo formalmente alla donna. Un altro irpino era titolare di un paese dell’Est.

Nessuno di loro però è stato raggiunto da misure cautelari. L’indagine ha portato venerdì all’esecuzione di 25 misure cautelari, per un presunto giro di denaro sporco – proveniente da attività illecite e prevalentemente truffe (oltre all’ipotesi della Direzione Distrettuale Antimafia anche dalle casse del clan Contini dell’Alleanza di Secondigliano – riciclato in imprese del tessuto economico campano e non solo. Un giro vertiginoso di soldi che ha portato carabinieri e finanza ad operare anche una serie di sequestri per un totale di 8,4 milioni di euro “quali gestori di fatto di una fitta rete di società, operanti in diversi settori economici, anche all’estero.

Il gruppo imprenditoriale con base a Napoli avrebbe riciclato in numerose società – acquisite o costituite, in Italia ma anche all’estero – ingenti somme di denaro provenienti da frodi fiscali, questo attraverso compensazioni indebite o contraffazioni. Gli indagati avrebbero intestato queste società a soggetti prestanome (retribuiti) così da sottrarsi a eventuali sequestri.

Tutti gli indagati irpini rispondono di trasferimento fraudolento di valori e intestazione fittizia, tutto aggravato dal metodo mafioso, per fatti relativi a società di cui non sarebbero stati i reali titolari, in quanto il socio occulto e proprietario di fatto era invece proprio Festa Antonio, tutto ovviamente per eludere le indagini su riciclaggio e autoriciclaggio di denaro di illecita provenienza, in particolare riferito secondo le accuse della Dda di Napoli al Clan Contini.

Le aziende (51 le società interessate nell’indagine) venivano, come è emerso dalle intercettazioni, curate da una regia unica. Ovviamente si tratta di accuse al vaglio dell’Autorità giudiziaria, gli indagati potranno chiarire (quelli non raggiunti dalla misura cautelare in caso di avviso di chiusura delle indagini) la loro posizione.