Riccio: “Retrocedere si può ma lottando”. Il futuro: Pugliese resta

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Una lunga trafila, nelle giovanili, due promozioni ed una retrocessione al suo ritorno ad Avellino. Vincenzo Riccio torna a parlare della sua vecchia squadra. Il mediano di Brusciano attualmente alla Cavese scommette su un futuro dei lupi ancora con Pugliese. È uno degli eroi delle ultime due promozioni in B ed è convinto più che mai che non ci sarà nessun cambio al vertice. L’esperto mediano senza peli sulla lingua analizza la situazione del sodalizio irpino ritornato in C dopo un solo anno. Tra errori, speranze e rammarico è pronto a parlare della sua vecchia squadra.
Un epilogo amaro che purtroppo era da preventivare. Anche se vista la mediocrità del torneo credere nel miracolo non rappresentava di certo un eresia…
“In questa città succedono cose assurde. Io ho girato per tutta Italia e quello che ho visto ad Avellino non l’ho riscontrato da nessuna altra parte. Non so quali siano stati i reali motivi che hanno spinto la dirigenza a stravolgere l’intero organico. Nel calcio di solito esiste una cosa che si chiama programmazione. Un termine usato a parole in Irpinia, ma mai fattivamente tramutato in fatti. Non parlo per me che ero in scadenza di contratto, però ritengo che giocatori come Biancolino, Puleo e Moretti dovevano restare. Almeno per riconoscenza verso quello che hanno fatto. È assurdo smantellare un gruppo che ti ha portato in B in questo modo”.
Fino a gennaio le cose andavano discretamente, poi di nuovo il buio…
“Lo dico con grande dispiacere, ma con il mercato di riparazione la dirigenza ha commesso gli stessi errori di due anni prima. Ingaggiando giocatori non utili alla causa. Un’altra cosa che mi ha lasciato molto perplesso è stata l’esclusione di Pellicori per diverse gare e di altri calciatori che stavano facendo bene messi all’improvviso da parte”.
Forse l’errore più grande è stato fare andar via Maglione?
“Per noi nella passata stagione è stato fondamentale insieme a Lo Schiavo. Entrambi hanno svolto un ruolo importantissimo e determinante per il successo finale. Tutti questi scienziati nel calcio lontano dalla Campania non ci sono e non servono. Basta mettersi al fianco persone di cui si ha fiducia. L’avvocato ha lavorato con grande umiltà, non si è portato dietro nè collaboratori nè autisti. Non servono duecento teste per fare le cose per bene ma una e buona”.
Quindi reputi determinante il suo addio?
“Certo, bastava avere maggiore fiducia in un uomo che ha fatto davvero tanto. Sono rammaricato perchè non è possibile che dopo tanti sacrifici, tutto venga vanificato in questo modo. Dopo la gara con il Foggia erano state fatte delle promesse che poi non sono state mantenute. Si sapeva che non sarebbe stata una annata facile sin dagli addii di Vavassori e Sarri. Non si può partite con tutti questi problemi. A me spiace, non credo nella malafede della società. Però vengono fatti sempre gli stessi errori, una volta raggiunta la cadetteria è come se si annebbiassero le idee. Tutto sfasciato senza ricordare gli sforzi fatti pochi mesi prima, dove si è anche rischiato di fallire”.
Massimo Pugliese lascia o raddoppia?
“Sono fermamente convinto che non lascia, continuerà a tenere l’Avellino. Conoscendolo sono sicuro che non abbandonerà mai la nave da perdente. Anche se bisognerà rifondare tutto, ci vorrà gente all’altezza della situazione. Giocatori abituati a soffrire e lottare se si vuole riportare da subito questi colori lì dove meritano di stare”.
In questo momento, però la cosa più importante resta l’iscrizione al campionato. Il tempo stringe ed almeno per ora sotto questo aspetto nulla si muove…
“Bisogna fare in fretta. Per le altre cose il tempo c’è, anche se questo continuo correre e la mancanza di tranquillità sono ormai divenuti una brutta constante”.
I tifosi sono stanchi, cosa senti di dirgli?
“Hanno ragione. L’ascensore che ha caratterizzato le ultime avventure in B è qualcosa di mortificante. Vedere una squadra che ti fa gioire 12 mesi prima e che poi ti fa piangere a distanza di un anno è davvero brutto. Loro sono fantastici, meritano ben altro”.
A differenza della vostra retrocessione, di quella della cosiddetta vecchia guardia. Nelle ultime partite i calciatori attuali hanno fatto veramente poco per rimanere nella seconda serie nazionale?
“ Anch’io ho fallito. Ma con tutti i miei limiti insieme ad altri miei compagni che erano qui l’anno prima, ho lottato, ho sputato sangue cercando di tenere la squadra a galla. Nel campionato appena conclusosi l’hanno fatto davvero in pochi: Di Cecco, Porcari, Gragnaniello, Sirignano. Qualcuno può ritenerli anche non all’altezza, ma hanno sempre fatto il loro dovere, si sono sudati la maglia. Perchè questa è gente che per l’Avellino ci tiene, la casacca biancoverde la vede come una seconda pelle. Con loro salvo solo Pellicori”.
Diventerà dura adesso, ripartire senza quello zoccolo duro?
“È così. Due stagioni fa noi eravamo rimasti dopo un periodo di attesa in cui non rientravamo nei programmi. Adesso, salvo quei miei pochi compagni che sono lì non c’è nulla. È impensabile ripartire senza giocatori di esperienza, senza leader. Tra l’altro da questo torneo sarà molto più dura visto che gli esuberi del torneo cadetto giocheranno in C, vista la nuova norma che prevede un ulteriore restringimento degli organici”.
Qualcuno ha detto che il male oscuro di questa compagine eravate voi: “Io non giudico non sono abituato a farlo, ma la smentita l’ha data il campo. Non ho visto il giusto spirito combattivo che ci vuole al Partenio. Noi siamo stati la salvezza degli ultimi anni, nei momenti critici ci siamo sempre assunti le nostre responsabilità. Poco alla volta ci hanno cacciati via. Non potrò mai dimenticare il trattamento ricevuto da Rastelli, un professionista esemplare,lasciato andare senza troppe remore. Un uomo vero. Come tutti i giocatori del nucleo storico”.
Da dove deve ricominciare il futuro dell’Avellino?
“Dai vecchi gladiatori. Lo dico nella consapevolezza che ognuno di loro è legatissimo a questa terra e strapperebbe qualsiasi contratto pur di rivestire questa maglia. A buon intenditor poche parole…”.
(di Sabino Giannattasio)

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