Procura di Avellino chiede rinvio a giudizio per Sergio Nappi

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Quel lemma dell’articolo 294 del codice penale “Attentati contro i diritti politici del cittadino” potrebbe mettere in serio rischio la carriera politica di Sergio Nappi. La Procura di Avellino ha chiesto il rinvio a giudizio del consigliere regionale Sergio Nappi. L’udienza è fissata il 19 giugno. Nel 2010 quando era sindaco di Monteforte e candidato eletto a consigliere regionale disse ai suoi assessori più o meno questo: “Votatemi e fate campagna elettorale per me, altrimenti vi caccio dalla giunta”. Non si piegarono al volere del proprio sindaco e scelsero di appoggiare altri candidati. Ma la storia non finì. Nappi una volta eletto consigliere regionale li dipinse come “traditori” e di conseguenza gli revocò gli incarichi di assessori. Paola Valentino, Antonio Aurigemma e Vincenzo Carullo presentarono denunce precise, univoche e circostanziate alla locale Stazione dei Carabinieri. Al via le indagini durate oltre tre anni, condotte da Elia Taddeo, ed ora l’accusa che si basa sull’articolo 294 che dice: “Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
Il difensore di Nappi, l’avvocato Annibale Schettino ha anche depositato una memoria in Procura, ribadendo che è nelle prerogative del sindaco revocare gli assessori visto che è improntato su un rapporto fiduciario. . I casi di inchieste per questo reato sono davvero pochi. Uno risale al 1993, nel pieno della Tangentopoli napoletana, e nacque grazie alle rivelazioni del democristiano Alfredo Vito, mister centomila preferenze. Nelle confessioni rese prima di chiedere e ottenere un patteggiamento tombale, Vito raccontò ai pm partenopei anche la prassi dei ‘capibastone’ locali del Pentapartito di collegarsi telefonicamente in diretta coi rispettivi capigruppo comunali all’interno della Sala consiliare di Napoli. Quando c’era da votare un provvedimento importante, come il bilancio, bisognava aspettare l’input da Roma. E se il leader di riferimento ordinava di votare sì, il capogruppo correva a dettare la linea ai propri consiglieri: “Ragazzi ci hanno detto che bisogna votare sì e se qualcuno non è d’accordo e non si adegua, sappia che il partito non lo candiderà più”. Vedremo come andrà a finire questa vicenda…

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