‘Pianepsie’, chiude la rassegna col sigillo del pianista Francese

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Il pianista salernitano Paolo Francese concluderà sabato alle 17.00 la rassegna PIANEPSIE nell’Auditorium ‘Vincenzo Vitale’ del Conservatorio ‘D.Cimarosa’ di Avellino. “Tra settembre e novembre – si legge nella nota – nell’antica Grecia si festeggiava la semina offrendo un ramoscello d’ulivo al Dio Apollo, nume tutelare tra l’altro anche dell’Arte compiuta e Antonio Smaldone ha inteso allestire un cartellone che proponesse al pubblico i diplomati del biennio di alta specializzazione del Conservatorio di Avellino”. A sigillare la kermesse, impreziosita dalle pianiste Luisella Orsini e Maria Alfano, dall’oboista Umberto D’Angelo e da due appuntamenti a tema, ‘Le voci del Canto’ e ‘Le stagioni del cuore’, sarà dunque Paolo Francese, musicista di calibro internazionale, il quale principierà il suo recital con due sonate di Domenico Scarlatti, la K107 in Fa maggiore e la 148 in La, “pagine dispensatrici di gioia – sottolineano gli organizzatori – che riceveranno dal solista le infinite luci di cui è costruita la loro esistenza: scoperta trepidante, sorpresa, gioco, nelle loro varietà equilibrate di dinamiche. Maurice Ravel e il suo erotismo diffuso e sottile eromperanno in ‘Gaspard de la nuitâ’, datato 1908”. Tre le immagini musicali tratte dai versi di Aloysius Bertrand, Ondine, evocante l’immagine di una ninfa lacustre mentre canta con l’intento di sedurre lo spettatore e condurlo ad esplorare le profondità del lago, caratterizzata da continue “ondulazioni” di sonorità, che rappresentano il moto incessante dei flutti ora in un senso, ora nell’altro.
La seconda parte della serata sarà dedicata interamente alla Sonata in Si minore di Franz Liszt, un vero monumento della letteratura ottocentesca per pianoforte. “La pagina è generalmente considerata un autentico compendio delle possibilità idiomatiche e tecniche del pianismo tardoromantico – spiega ancora la nota – pur se a farne un indiscusso capolavoro concorre il senso di intima, necessaria unità formale a cui il maestro ungherese riconduce la sua estrema varietà di registri stilistici. Maceranti modulazioni tonali, caratteristiche del linguaggio più visionario e anticipatore di Liszt, si intrecciano a sezioni fugate che, se in composizioni dello stesso periodo suonano spesso come ‘omaggi’ un po’ devitalizzati all’antica tradizione barocca, qui assumono una funzione strutturale precisa, divaricata fra il rigore del modello oggettivo dell’edificio musicale barocco e un nuovo senso di vertigine individuale”.

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