Per la prima volta la Sindone in diretta social. Quando nel ’39 fu nascosta a Montevergine

Per la prima volta la Sindone in diretta social. Quando nel ’39 fu nascosta a Montevergine

4 Aprile 2020

Renato Spiniello – La Sacra Sindone per la prima volta in diretta social. Ad annunciarlo è l’arcivescovo di Torino, custode pontifico del Telo, Monsignor Cesare Nosiglia, che tramite YouTube ha fatto sapere che il Sabato Santo, dalle ore 17:00, presiederà una lunga preghiera davanti alla reliquia grazie a televisione e social.

“Questo tempo di contemplazione renderà disponibile a tutti, nel mondo intero, l’immagine del Sacro Telo che ci ricorda la passione e morte del Signore e che apre anche il nostro cuore alla fede nella resurrezione” ha spiegato l’arcivescovo.

Per la Chiesa la preghiera davanti alla Sindone è un modo per ricordare nella liturgia il Cristo morto, in attesa della risurrezione di Pasqua. Ma è anche, in questi giorni, la strada efficace per raccogliersi tutti, credenti e non, in una riflessione di fronte alla pandemia che sconvolge le nostre vite.

La Sindone rimane nella teca in cui è custodita normalmente, ma sarà possibile contemplarla attraverso le immagini televisive. La novità assoluta rispetto ai precedenti è rappresentata dalla diretta social che si propone di coinvolgere tutto il mondo, perché la Sindone è davvero un segno globale.

Non tutti sanno che la Sindone, nella sua lunga storia, è passata anche per l’Irpinia e più precisamente per il Santuario di Montevergine.

“Fu il 7 settembre di quell’anno sventurato (1939, ndr)” si legge in un articolo dello storico ed ex sindaco di Avellino Giovanni Pionati che, all’indomani dell’incendio del Duomo di Torino, prese carta e penna e raccontò “La Storia della Sacra Sindone nascosta a Montevergine”.

Pionati scrive che neanche il Vaticano, con l’ingresso dell’Italia in guerra, era sicuro di poter nascondere la reliquia. Così si pensò a Montevergine. La cassa contenente la Sindone, lunga m. 1.40, larga m.0.365 e alta m.0.28, venne collocata sotto l’altare del Coretto di notte, chiuso a chiave da un robusto paliotto di legno. Tutto si svolse in grandissimo segreto e pochissime persone erano al corrente del contenuto della cassa, che doveva restare protetta dai bombardamenti così come da Hitler, sempre alla ricerca di reliquie religiose.

La cassa e il suo contenuto rimasero in Irpinia fino al 1946, e pensare che i tedeschi riuscirono ad arrivare fin lì, ma vennero depistati dalle parole dei monaci. La reliquia ritornò poi a Torino, dove si trova tutt’ora, mentre nell’abbazia di Montevergine è rimasta una sua copia in tela. Sulle montagne irpine il Sacro Telo restò, in tutto, sette anni, un mese e quattro giorni.