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E’ la premessa del collega giornalista sull’onda maledetta del terremoto del novembre 1980. La storia di Davide Ferrari di 18 anni, della sua spensieratezza e della genuinità “paesana” prima delle fatidiche 19.34 del giorno della morte e della distruzione. Un racconto breve, di poche pagine e di grande intensità: un ragazzo della domenica, la giornata più attesa della settimana, intento a recarsi nel paese, anzi nella piazza, alla ricerca degli amici, per vivere i normali sfottò e la spensieratezza del momento. Poi l’attesa per la ‘famosa’ partita Juventus – Inter trasmessa da Rai Uno in diretta con la gente riunita per il tifo: la piazza di Caposele, i genitori usciti a passeggiare con la sorellina 13enne, lo sguardo dolce della strada in pietra, la Portella, la luna piena e rossa, l’insegna della DC, piazza Di Masi, la maestosità serena della chiesa… Tanti particolari impressi prima della catastrofe. Poi le scosse sussultorie e ondulatorie, il cuore che batte all’impazzata, le urla dalle macerie, la sezione del Pci rasa al suolo, la chiesa scomparsa, la polvere e le pietre, la ricerca disperata dei genitori. Sequenze che purtroppo a distanza di anni caratterizzano ancora le menti e le storie di tante persone. Davide alla fine scopre tra le macerie l’espressione serena del padre, schiacciato da un muro. Una storia come tante, normale nella sua sintesi e nella sua crudezza. Donato Gervasio invita alla riflessione: oggi più che mai attuale per non dimenticare la tragedia delle persone e di un’intera provincia. Simona, irpina che vive a Bari, ci ha inviato il suo contributo: “…da 6 anni ormai sono stata costretta ad allontanarmi dalla mia terra, il paese dei cento campanili, ma il mio Paese è sempre nel mio cuore….e questa sera, 23 novembre, sento più forte la solitudine e allo stesso tempo la comunanza con il muto dolore che ogni irpino porta dentro di sè… non vivo un momento facile dal punto di vista personale, ma io sono irpina e saprò sollevare lo sguardo al di là delle macerie e andare avanti armandomi di quella forza che è proprie della mia gente… vi voglio bene”. E’ proprio così: siamo irpini con tanti limiti ma con il cuore grande e la forza e la tenacia della gente delle zone interne. Come Davide noi siamo ancora vivi: ed è per questo grazie a Donato, Simona, e tanti altri, le piazze che non ci sono più e coloro che vivono nel ricordo dei propri cari, è bello alzare lo sguardo al cielo. Per ringraziare Colui che ha regalato la vita nella vita.