Padova, costringe la figlia a fare sesso con lui per la paghetta

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PADOVA. È accusato di violenza sessuale su una minore, abusata dai nove ai quattordici anni. Non solo. È accusato anche di prostituzione minorile nei confronti di quella bambina poi diventata ragazzina (oggi è quindicenne), costretta a sottostare a toccamenti e a rapporti sessuali in cambio di danaro, come fosse una prostituta. E anche in cambio del permesso di uscire, di utilizzare il computer e di svolgere qualunque altra attività concessa ai coetanei. E chi era quel mostro? Il padre, un 43enne di origine camerunense, dipendente di una cooperativa, residente in un quartiere cittadino, oggi sottoposto alla misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinare la “figlia” o i luoghi da lei abitualmente frequentati, di cercare con lei un qualsiasi contatto, tanto da dover mantenere la distanza di almeno cento metri qualora la incrociasse casualmente. L’inchiesta, affidata alla Squadra mobile guidata dal vicequestore aggiunto Marco Calì, è coordinata dal pubblico ministero Orietta Canova che ha contestato al papà i reati di violenza sessuale continuata su minore (con l’aggravante perché tutto è cominciato quando la vittima aveva meno di 14 anni) e di sfruttamento della prostituzione minorile. È verso la fine del 2013 che la ragazzina, ormai incapace di vivere quell’inferno domestico, si confida con un’insegnante della scuola superiore dove studia. Una scuola in cui è attivo un centro di accoglienza per gli allievi. Racconta le violenze che subisce almeno un paio di volte al mese da quel padre-padrone che arriva anche a “barattare” il sesso con la paghetta mensile. E che non esita a impedire alla figlia di incontrare gli amici o di poter utilizzare il computer, se non è disposta a “concedersi”. Le utenze telefoniche della famiglia vengono intercettate. E, purtroppo, arrivano le prime conferme al racconto della vittima. Così madre (nel frattempo informata di quello che succedeva, a sua insaputa, in casa) e figlia vengono trasferite in una comunità protetta. Il marito-padre-padrone si preoccupa. Comincia a contattare i fratelli e i cognati, ai quali ammette di aver toccato la figlia, e anche altri membri della comunità tutti schierati in sua difesa e disturbati dall’indagine in corso. Intanto chiama al telefono la moglie: vuole tornare insieme, è disposto – dice – a cancellare il passato come se le colpe a lui contestate fossero responsabilità di altri. La moglie, invece, sta dalla parte della “sua bambina”: «Devi lasciarmi del tempo per digerire l’incubo vissuto in questi anni di matrimonio» risponde, «Ci sono croci così pesanti che portarle diventa impossibile… Hai pensato solo a te stesso… Come fai a chiedermi di tornare? Lasciami piangere in pace, voglio sapere cosa hai fatto… Come ti sei permesso di fare una cosa simile?». L’uomo è solo preoccupato di salvarsi. E il 10 gennaio scorso telefona alla figlia, nonostante sia in una comunità protetta. E lo fa con un cellulare nuovo, convinto di non essere intercettato: «Tua madre vuole sapere quello che ti ho fatto. Voglio sapere quello che tu le hai detto». La ragazzina ammette: «Ho detto che mi hai toccata… Dopo non mi ricordo, ma quando lei ti fa le domande non rispondere» aggiunge imbarazzata. Il papà insiste: «Tua madre continua a traumatizzarmi… Solo tu sai come parlarle». Di fronte al tentativo paterno di inquinare le prove condizionando la testimonianza della figlia che è seguita dai Servizi sociali del Comune, per il padre-padrone scatta la misura cautelare. La famiglia viene divisa: l’inchiesta è ormai al traguardo finale.ilmattino

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