Notte dei Falò a Nusco: come nasce la tradizione dei festeggiamenti di Sant’Antuonu

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Rappresenta una delle feste irpine più note e apprezzate anche fuori territorio. È la Notte dei Falò che ogni anno, da tempi molto remoti, si svolge nel comune di Nusco. Ecco la storia e l’origine della tradizione.

Ogni anno, a metà gennaio, il cielo d’Irpinia si tinge dei colori del fuoco con gli storici festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate, celebrato da calendario il 17 gennaio, protettore degli animali domestici, del bestiame, del lavoro del contadino e affini (come macellai, fornai, salumieri, tosatori, canestrai), del fuoco e delle malattie della pelle (ad esempio l’herpes zoster, il “fuoco di Sant’Antonio” appunto).

Il tradizionale appuntamento, come di consueto, illumina il centro storico di Nusco, in provincia di Avellino, con l’obiettivo di coniugare storia, artigianato, enogastronomia e musica, ma anche e soprattutto per poter ripercorrere ogni anno un viaggio nella tradizione, alla riscoperta delle risorse locali tipiche dell’Irpinia.

La tradizione legata alla festa ha origini molto antiche.

I falò associati ai festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate celebrano, stando alla leggenda, la sfida vinta dal Santo contro il demonio al fine di salvare alcune anime dagli inferi. Leggenda popolare narra, infatti, che egli si recò all’inferno per contendere al diavolo l’anima di alcuni defunti e, nello scompiglio del luogo, il Santo accese il suo bastone come fosse una fiaccola per portarlo in dono agli uomini, accendendo una catasta di legna.

Da qui la tradizione millenaria dei falò di Sant’Antonio, molto sentita soprattutto nel mondo contadino, e la credenza che il Santo portasse con sé poteri taumaturgici per contrastare una malattia molto diffusa un tempo, chiamata non a caso “fuoco di Sant’Antonio”.

Fin dal XVII secolo, infatti, i falò di Sant’Antonio hanno dato vita a una tradizione che mescola insieme sacro e profano.

A quei tempi, infatti, si usava distribuire nel Regno di Napoli il cosiddetto “Pane di Sant’Antonio”, ottenuto con la parte più pura del grasso di un porcellino, alimento ritenuto protettivo contro l’infezione del “fuoco di Sant’Antonio”.

La tradizione dell’accensione dei fuochi a Nusco si collegherebbe invece alla devastante peste del 1656 che solo nel comune irpino contò circa 1200 vittime. Accesi per la prima volta a Nusco, i falò venivano visti come rimedio per allontanare l’infezione, in segno di purificazione e per poter richiamare la protezione del “Sant’Antuonu” raffigurato con un porcellino, simbolo di benessere e salute.

Un “rito magico” che si rinnova ogni anno e che, grazie al fuoco purificatore che viene acceso nelle piazze o davanti ai sagrati, cancella per una notte le differenze sociali, gli affanni della quotidianità, per dare inizio ai festeggiamenti.

Quella dell’accensione dei falò a Nusco in onore del Santo rappresenta inoltre una sorta di anteprima del Carnevale irpino. Viene infatti chiamata “Sant’Antuonu, maschere e suoni” proprio perché porta tra i falò anche tutto il colore, il ballo e la musica di ballerini in maschera che, esorcizzando povertà e penuria, diffondono tra la gente allegria e buonumore.

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