Avellino – Si chiama L’Ultimo Sguardo ed è il terzo libro dell’avellinese Franco Festa, professore di matematica e fisica nei licei, poi preside negli istituti Superiori e da alcuni anni scrittore. Con il suo primo libro, Delitto al Corso, ha vinto il premio nazionale “Delitto d’autore” a Lucca. Il secondo, La quinta notte è stato selezionato per il premio “Azzeccagarbugli” a Brescia.
Ne L’Ultimo Sguardo c’è il commissario Melillo, che ha quasi cinquant’anni, e una sconosciuta, sul balcone di fronte. C’è una città, che sta cambiando. C’è Carla, che un giorno di luglio affronta la salita di una collina. C’è Antonio, un ragazzo che la vede solo un’ora, ogni giorno alle tre, e solo per leggere insieme a lei poesie. C’è Giulia, l’amica di Carla, che non sorride mai. C’è la casa di via Asmara, dove Carla ha vissuto negli anni del Liceo, con una parente lontana e silenziosa. C’è pioggia improvvisa sulla collina, quando il commissario trova un corpo senza vita. C’è un tenente dei carabinieri, con le scarpe sempre pulite. C’è una strana pistola, in uno strano oggetto. C’è un fotografo, Gino, che vive in una zona cadente della città e che guarda l’ultimo negativo di Carla. C’è l’agente Salvati, che vuole bene a Melillo. C’è una cantina, nella casa sulla collina. C’è la signora Lina, la mamma di Carla, che l’ha vista tornare una notte. C’è un professore, che fuma Muratti e gira con un rotolo di cambiali. C’è un’altra casa, su un’altra collina, con un giardino di ortensie. C’è Guido, il cugino dell’onorevole, con il busto peloso ricoperto da una canottiera. C’è Paola, sua figlia, che ha i capelli corti e arruffati. C’è un “basso”, in una traversa del Corso. C’è un ragioniere, che vive lì e si sente perso. C’è sua madre, Nannina, una donna più vecchia dei suoi anni. C’è un vecchio armadio e una scatola con un coperchio rosso. C’è un magistrato, che chiede fatti precisi e prove certe. C’è una notte di confessioni e di inseguimenti. C’è, soprattutto, il commissario Melillo e il suo amore straziato per la sua città. “Voi la vedete, questa piccola città. Sembra tranquilla, perbene, addirittura spenta. Non è così, credetemi. Ci sono regole d’ipocrisia che non si possono violare, passioni che non si possono esprimere. Miserie private quante ne volete, infinite, ma tutto sparisce, tutto si cancella, nel pacchetto di dolci con il nastrino del Bar Diana, nei saluti domenicali, alle 12, davanti alla Chiesa del Rosario. Carla è meglio dimenticarla, sarebbe stato meglio che non ci fosse mai stata”.
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