L’Ultimo Goal è stato presentato ufficialmente al Giffoni Film Festival. Interamente prodotto in Irpinia, il film ha iniziato il suo percorso sotto l’innovativa bandiera del Crowd Funding, raccogliendo attorno all’idea del regista i gesti di partecipazione tangibile di tanti sostenitori; il progetto ha poi ricevuto un corposo sostegno dall’imprenditore irpino Alberto De Matteis, e oggi raggiunge già un lusinghiero obiettivo. Inizialmente programmata nella più piccola Sala Lumiere della Cittadella del Cinema, la proiezione è stata trasferita nella sala principale del Giffoni Fim festival, destinata agli eventi clou della kermesse internazionale del cinema. Il patron del Festival Claudio Gubitosi, che ha inserito “L’ultimo Goal” nella categoria “fuori concorso” ha già definito il lungometraggio un “lavoro interessante e ben fatto, una storia di provincia di cui l’Italia ha bisogno”. Nella storia di Peppino, detto Platini, prima bimbo e poi ragazzotto con un talento da tutti riconosciuto nell’arte pallonara, che come tanti anonimi aspiranti calciatori, vede il suo sogno rimanere imbrigliato nella piazza che fu teatro dei suoi virtuosismi calcistici, non approdando mai ai grandi palcoscenici, l’Irpinia si racconta in maniera genuina, si propone nei suoi personaggi quotidiani, nei simboli tipici del paese di provincia, che sogna come la metropoli, ma che ne condivide in maniera collettiva e per questo più sentita, le aspirazioni, trasferendo su un probabile “golden boy”, vanto e speranza dell’intera comunità, le aspettative di riscatto. Un intreccio di relazioni, familiari e sociali, che hanno solo per sottofondo il calcio, come sogno non solo del protagonista, ma come ambizione trasferitagli dal padre, e forse anche simbolo della volontà di riscatto, fuga e cambiamento sentita e proiettata da tanti. Uno spaccato di vita adolescenziale, dove il territorio della provincia si propone nella sua essenza, di terra che offre opportunità ed allo stesso tempo pone ostacoli alla realizzazione di un sogno. Girato tra Villamaina, Gesualdo e Sant’Angelo dei Lombardi, “L’ultimo goal” ha coinvolto, per un periodo ben più lungo della semplice durata del set, intere comunità locali, non soltanto dal punto di vista economico a sostegno delle spese occorrenti per la produzione, ma anche per la sincera partecipazione corale, e per essere stato capace in qualche modo di aggregare competenze di giovani professionisti della Provincia di Avellino, molti emigrati per studio e lavoro, che sono stati ben lieti di dare il proprio contributo per un prodotto interamente “made in Irpinia”. Federico Di Cicilia racconta “L’ultimo goal”. Si chiama Peppino, detto Platini, e venerdì arriva al Giffoni Film Festival. Potremmo riassumere così la storia di “L’ultimo goal”, lungometraggio del regista Federico Di Cicilia, che venerdì 19 luglio debutta sul grande schermo nella sezione Eventi speciali del 43° Giffoni Film Festival. Peppino è il giovane protagonista della pellicola che è stata girata per la maggior parte a Gesualdo, uno dei paesi più belli d’Irpinia, ed è il frutto di uno sforzo “corale”, economico e non. “Per girare questo film, che non parla di calcio ma è un racconto di formazione, – spiega il regista – ho attivato il “crowd founding”, molto usato nel mondo anglosassone. E’ stato anche un modo per smuovere le coscienze, far capire che si può essere parte attiva nella produzione di cultura e che un film può essere la creatura di tutti. Fortunatamente, poi, è arrivato anche il mio personale “Babbo Natale”, alias Alberto De Matteis che, con la sua grande abilità manageriale, ha accettato con entusiasmo di partecipare quale produttore associato, e ci ha accompagnato in ogni fase fino al termine del progetto”. “L’ultimo goal” racconta la storia di Peppino un ragazzino che il padre vorrebbe far diventare un acclamato goleador; il suo sogno è condiviso dall’allenatore Carmando, ma non tutto va come sperato. “In questo film non c’è autobiografia – continua il regista – se non per le ambientazioni, i luoghi e le atmosfere che sono quelle dell’Irpinia. Ho voluto piuttosto raccontare una storia di formazione; lo scontro tra le aspirazioni di un padre e di un figlio. Benché si parli di calcio, infatti, non è questo il focus del racconto; ho scelto il calcio perché non c’è ragazzino che non abbia dato due calci ad un pallone e perché quello del pallone è un sogno diffuso. Più che sogno, un miraggio; è questo che il padre e l’allenatore seguono. Il primo è un autotrasportatore, il secondo è un personaggio classico nei paesini, quello che avrebbe voluto sfondare ma non ci è riuscito al 100% ed è rimasto lì, a condividere le proprie conoscenze con i ragazzi che allena”. Ambientato negli anni ’90, il film mostra in filigrana quel cambiamento sociale, dovuto al condizionamento dei modelli provenienti dai mass-media, che si sovrappongono e contrappongono ai valori antichi delle classi contadine meridionali. Il “riscatto”, infatti, non viene inseguito più attraverso gli studi, la laurea, l’aspirazione alla professione o il lavoro, ma sognando il “jackpot”, diventare un calciatore di successo capace in breve tempo di macinare ingaggi dorati e copertine. “Non giudico, non tocca a me – continua il regista – ma mostro un cambiamento che già era palpabile negli anni ’90. Peppino è un’anima bella, un ragazzino rispettoso del padre anche se non ne condivide le aspirazioni. Quando è piccino vuole solo giocare come gli altri ragazzini e quando cresce si trova a fare i conti con il peso delle aspettative gettate sulle sue spalle dalla famiglia. In un piccolo contesto, poi, certe dinamiche sono amplificate e chi un tempo era guardato con ammirazione, rischia di trovarsi poi con il peso delle promesse che non ha saputo realizzare”. In questa dicotomia, tra ciò che si è e ciò che gli altri vogliono che lui sia, il ragazzo dovrà trovare la “sua” strada, la sua dimensione, dovrà partire per il viaggio più avventuroso di tutti: quello dentro di sé alla ricerca del suo “centro di gravità permanente”, che gli consentirà di diventare un uomo consapevole di sé e delle sue proprie aspirazioni. “L’amore per il cinema – dice Di Cicilia – è con me da sempre; amavo scrivere ma poi ho capito che avevo un bisogno di più condivisione e che le immagini mi consentivano una aderenza ai miei intenti espressivi più grande. Del cinema italiano amo soprattutto la grande commedia, quella di Germi o di Scola, ma non solo. In questo film ho avuto il piacere di lavorare con un maestro del montaggio, Giogiò Franchini, e con Rocco Marra anche lui molto conosciuto nel mondo del cinema. Due professionisti che hanno dato alla pellicola il tocco finale, in particolare Franchini ha tagliato alcune scene e dato il ritmo giusto a tutto il lavoro mettendoci una grande passione oltre alla ben nota professionalità”. Un cenno a parte per la soundtrack, tutta irpina, che vede in testa il Notturno Concertante, storica band di rock progressivo di Grottaminarda; oltre a loro sono presenti anche i Molotov di Villamaina e Carlo Venezia, giovane musicista che ha composto il tema del film. L’amore del regista per i grandi della commedia italiana cinematografica sembra aver portato bene al film che, essendo fuori concorso, doveva essere originariamente proiettato in una sala piccolina, poi il grande numero dei piccoli giurati del Giffoni che si sono prenotati per vederlo e dei tanti che arriveranno per festeggiare con il regista Di Cicilia ed il produttore De Matteis questo “battesimo della sala”, hanno indotto l’organizzazione del GFF a dirottare l’evento nella più capiente Sala Alberto Sordi. “Direi che nume tutelare migliore non si potesse desiderare !”
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