L’Irpinia a tutta Birra. Da Monteverde la bionda che incanta il mondo.

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Vito Pagnotta, birra serrocroce
Vito Pagnotta, birra serrocroce

Passione, competenza, amore per la propria terra, per le tradizioni e per il lavoro, oltre ovviamente al malto, rigorosamente coltivato nei campi d’Irpinia, precisamente nelle località di Serro del Castello, SerroCroce e Serro dell’Incoronata, sulle dolci pendici che circondano Monteverde ad oltre 740 metri.

E’ qui che Vito Pagnotta, dottore in agraria, valorizzando una antica tradizione agricola di famiglia, dopo essersi laureato in Agraria all’università del Molise ed dopo aver affinato le sue competenze presso i mastri birrai del Belgio ha dato vita alla birra artigianale irpina di eccellenza, che ha conquistato un posto di risalto nel tour che Linea Verde ha dedicato all’Irpinia.

Vito Pagnotta, lei è un pioniere, ma allo stesso tempo ha messo su una realtà ormai consolidata dell’Irpinia, come nasce la sua esperienza?

“E’ un progetto che va avanti da 15 anni, ma nasce dalla volontà di chiudere la filiera agricola di famiglia con un prodotto che potesse esaltare il lavoro nei campi. Ho un ricordo ancora vivo quando dissi a mio nonno, mentre ero nei campi di provare a produrre birra, oltre al pane, con i nostri cereali. Da allora nacque la passione, poi affinata con studi specifici, per apportare all’azienda di famiglia le competenze necessarie per diversificare la produzione. I risultati furono immediatamente soddisfacenti, seguì un trasferimento in Belgio e la collaborazione con il CERB dell’Università di Perugia, così poi avviammo la produzione di birra pregiata artigianale”.

A quanto ammonta la produzione attuale?

“Al momento produciamo 30 mila bottiglie l’anno, siamo partiti nel 2012, ma contiamo di aumentare la produzione. La richiesta sul mercato al momento supera le nostre capacità di produzione. Se posso confessarle una cosa, a noi non ci resta birra da bere”.

E i guadagni sono soddisfacenti?

“Fatturiamo circa 150 mila euro l’anno. Il progetto è all’inizio, ma la qualità è indiscutibile testimoniata dal fatto che il mercato apprezza i nostri prodotti”.

La sua azienda, relativamente alla produzione di birra, di che forza lavoro dispone?

“Siamo 4 interni e quattro esterni. Tra consulenti e personale siamo una piccola azienda di una decina di persone. Ma sono soddisfatto del mio lavoro e dei nostri prodotti. In Campania siamo gli unici a produrre birra occupandoci di tutta la filiera, dalla coltivazione al prodotto finito”.

Che birra produce la Serro Croce, il nome dell’azienda che da anche il nome alle birre?

“Sono tutte birre ad alta fermentazione. In tutto tre tipologie, la fresca, di 5 gradi, la chiara di 5.2 gradi e l’ambrata di 6 gradi. Gli ingredienti principali sono prodotti esclusivamente in micro appezzamenti locali. Non c’è coltivazione intensiva perché abbiamo sposato il senso intimo della nostra terra. L’orografia non consente di coltivare in maniera intensiva e noi valorizziamo questo aspetto proponendo prodotti di pregio. Pensi che ogni appezzamento ha bisogno di particolari attenzioni, diversi metodi di coltivazione”.

Come giudica la domanda “interna” dall’Irpinia, per le birre Serro Croce?

“L’Irpinia ha risposto bene tributando un apprezzamento soddisfacente. Tutti i ristoranti affiliati all’associazione MESALI, i più rinomati dell’Irpinia, hanno voluto inserire le birre Serro Croce nella loro carta. Sono tutti ristoranti e pizzerie di fascia alta che insieme ai migliori vini di Irpinia propongono le Serro Croce. Posso affermare con orgoglio che la Serro Croce è diventata un fiore all’occhiello, una specificità della loro proposta”.

Come giudica il rapporto con le istituzioni locali?

“Io ho riscontrato disponibilità rispetto al progetto, restano invece gli ostacoli burocratici, in senso generale, come per esempio il rapporto con l’agenzia delle dogane, che ci costringe ad aggiornamenti mensili, ed il rapporto con gli istituti di credito, non certamente facile da gestire”.

Progetti nel cassetto?

“Noi siamo all’inizio, abbiamo intenzione di estendere la gamma delle birre. Immaginiamo di produrre due nuove tipologie per il prossimo anno ed inoltre stiamo mettendo a punto un progetto, ormai in dirittura d’arrivo con l’azienda casearia Di Cecca di Caliti che consiste nella produzione di un formaggio di Calitri affinato nel mosto di birra della nostra azienda”.

Valorizzazione del territorio, collaborazione tra aziende, filiera lunga, c’è chi lo dice da anni e chi come lei ed altri protagonisti lo mette in pratica, talvolta silenziosamente e coraggiosamente, non crede?

“Per “vendere” e “vendersi” bene il marchio Irpinia, anche se è brutto dirlo così, ma rende l’idea, occorre essere professionisti. Dietro un marchio c’è bisogno di competenze, capacità, volontà a mettere in rete le esperienze. Le aziende devono fare sistema e proporre tutto il “paniere” dei prodotti irpini, a patto che siano prodotti frutto di un lavoro serio e non improvvisato”.

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