L’analisi, il coraggio di cambiare: Rastelli ha riassunto il comando

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Detto fatto. L’Avellino non ha tradito la nomea di “grande con le grandi” mortificando, dopo Livorno e Catania, un Bologna quasi rassegnato ai mutamenti del prossimo futuro. L’ultimo squillo casalingo risaliva proprio alla sfida con gli etnei: stesso risultato, stessa modalità di successo con un episodio sfruttato per giungere al massimo risultato. Il tre su tre con le nobili decadute è un lusinghiero punto di ripartenza per la formazione di Rastelli, la quale ancora una volta ha dimostrato di non patire più di tanto le assenze. In tal senso è riemerso lo spirito di Modena – quello dell’ultima gioia ottenuta con la difesa a pezzi dove giocò Arini – che, unito a quello garibaldino di ieri, ha creato i presupposti del rilancio.

Compattezza. Il coraggio di cambiare per tenere testa ad una squadra che aveva tutte le carte in regola per mettere in difficoltà il centrocampo biancoverde, già in affanno da diverse partite. Rastelli, con la destrezza del capitano che riassume il controllo della nave dopo la tempesta (influenza compresa), ha così schierato l’Avellino a specchio, creando la parità numerica nella zona nevralgica del campo con Arini incaricato di inaridire la fonte di ispirazione Laribi e Soumarè di mettersi come una zanzara nelle orecchie di Matuzalem per poi cercare la giocata offensiva col pallone tra i piedi. La doppia mossa ha sortito gli effetti sperati con l’ex Latina e Sassuolo costretto a spostarsi spesso sull’esterno in cerca di gloria ed il regista brasiliano nervoso ed incapace di azionare il filtro della mediana rossoblu. Reparti corti, compatti e sincronismi pressoché perfetti che soprattutto nel primo tempo hanno consentito all’Avellino di spezzare il gioco avversario (Kone ha fatto legna per tutto l‘inverno) e ripartire, il più delle volte con tanta foga e poca lucidità. A sinistra Visconti (a proposito, rischia di andare sotto i ferri per la spalla già infortunata a Chiavari) ha martellato in continuazione con calci d’angolo, punizioni e cross in movimento, mentre a destra il cartellone pubblicitario sul quale si è schiantato Morleo ha teso una mano ai lupi inizialmente in affanno su quel lato con la catena formata dal fluidificante mancino e da Bessa. Al di là dei tatticismi, è stato un Avellino rigenerato sotto il profilo temperamentale e dell’approccio alla partita.

Muro di gomma. La porta biancoverde è rimasta inviolata per la seconda partita di fila e, se si eccettua il crollo interno con il Crotone, di palloni in fondo al sacco ne sono stati raccolti col contagocce. Intanto Frattali si gode i suoi 157 minuti di imbattibilità conditi da quattro parate una più decisiva dell’altra nel giro di una settimana. Gomis è avvisato, ma non è il tempo dei dualismi: solo sana competizione in grado di accrescere la fiducia dell’ex Frosinone e di far maturare ulteriormente il gigante giunto da Torino. Chiusa la doverosa parentesi sui portieri, c’è da rimarcare l’encomiabile operato di una retroguardia che cambia volto e assetto 90’ alla volta, ma di crepe ne mostra davvero poche. Vergara-Chiosa coppia centrale ha rappresentato un inedito, ma l’onnipresente Pisacane l’ha aiutata a cementarsi. Il difensore ex Bari e Nocerina ha giocato da vero leader, tenendo alto il nome di una difesa che si candida a chiudere il girone d’andata almeno sul podio nella classifica dell’inviolabilità (davanti, aspettando, le partite di oggi, ci sono Modena a 14, la coppia Spezia-Perugia a 15 e il Frosinone a 16 come i biancoverdi). Dei e Rossi si fregano le mani dietro le quinte.

DP7 all’improvviso. Capitolo a parte merita l’eroe di serata Demiro Pozzebon che ha risposto con i fatti alla domanda “perché lui e non Comi al posto di Arrighini?”. Il centravanti si è guadagnato il proscenio risolvendo il ping pong della difesa emiliana sulla punizione di Angeli. E’ l’attaccante venuto dalla provincia ma che ora fa gol pesanti uscendo dalla panchina. Una zampata per spazzare via – almeno per il momento – le insistenti voci di mercato che lo danno lontano dall’Irpinia a gennaio e cercare con lo sguardo, come accadde a Bari, la curva biancoverde che tanto lo affascina e a cui ha dedicato in maniera piuttosto emblematica il gol a fine partita.

(di Claudio De Vito)

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