Due destini che si intrecciano nelle maglie della recessione. Due storie diverse ma con tante analogie, a partire dalla parola riconversione, termine che – come la storia insegna – spesso si accompagna a quello di crisi, soprattutto quando quest’ultima ha già usato con vigore la sua scure sul contesto produttivo. Due importanti opifici irpini che si apprestano a vivere, per motivi diversi, delle settimane delicate: la Irisbus di Flumeri e la Cdi di Calitri. Due compagini operaie, ancora, che aspettano di conoscere il loro futuro: i 240 dipendenti dello stabilimento già operante nel settore tessile, e le 250 unità a rischio esubero della fabbrica del gruppo Fiat.
Sono questi i tratti distintivi dei due nuovi capitoli dell’emergenza occupazionale in Irpinia, diverse facce di una stessa medaglia ma con un unico comune denominatore: il ruolo ‘sacrificale’ dei lavoratori nelle scelte aziendali. Il tutto nel giorno in cui si celebra un anniversario importante, come ha ricordato il segretario Fim Cisl Giuseppe Zaolino: il quarantennale dello statuto dei diritti del lavoratore, approvato dal governo italiano proprio il 20 maggio del 1970.
QUI FLUMERI – Grande attesa per il vertice di Confindustria Avellino di questo pomeriggio nel quale si è discusso del futuro produttivo della Irisbus. Al summit, durato intorno alle tre ore, hanno partecipato il direttore ed il capo del personale dello stabilimento, Catania e Figlios, nonché il responsabile generale del personale della Irisbus (circa 8mila dipendenti in tutta Europa), Moschini, per quanto riguarda il gruppo industriale, insieme alle sigle sindacali di Cisl, Cigl, Uil, Ugl, Fismic e le nove Rsu aziendali. Ad informare sugli esiti dell’incontro, Giuseppe Zaolino, che riferisce: “Le indiscrezioni della vigilia relative al piano di riconversione immaginato dal management non solo sono state confermate, ma anzi peggiorate. La rivoluzione Fiat per Irisbus ci sarà e stravolgerà l’attuale assetto produttivo”. Otto milioni di euro, questa la dotazione economica con la quale il gruppo si appresta all’ammodernamento tecnologico della fabbrica. L’obiettivo è di potenziare la competitività del plesso, migliorando sia le tecniche produttive che i tempi di lavorazione. Ad oggi per realizzare un autobus a Flumeri occorrono 1300 ore. Si passerebbe – a riconversione ultimata – a 1000 ore, con un risparmio economico di circa 10mila euro a veicolo, oltre ai vantaggi competitivi in fatto di innovazione e rispondenza alle nuove esigenze del mercato. Queste le ragioni del management, ma non è difficile intuire che dietro il piano si nasconde anche una minaccia concreta, quella occupazionale. L’intento è quello di una fabbrica snella. Con il passaggio dai due turni attualmente vigenti ad un unico turno centrale, e con la riduzione delle ore lavorative, a risultare in eccedenza sarebbero ben 250 degli 800 dipendenti complessivi della fabbrica. “La notizia non è certamente positiva – spiega Zaolino – e non solo per chi dovrà andare via, per i quali si è immaginato un iter di prepensionamento per i prossimi 18 mesi facendone maturare i requisiti attraverso un periodo di mobilità, ma anche per chi resta, che di fatto si troverà costretto a cambiare vita e approccio al lavoro. Tuttavia la realtà ci dice che l’unica alternativa alla riconversione sarebbe la morte lenta dell’opificio, perché il mercato dell’Irisbus non va e il management ha detto a chiare lettere che non intende investire nemmeno un ulteriore euro sullo stabilimento nella situazione in cui si trova”. Zaolino continua la sua disamina del comparto, ricordando che alla base delle sue debolezze non c’è solo la concorrenza spietata dei competitors mondiali, vedi la Cina, ma anche la prevalenza di clienti pubblici, bloccati di fatto negli acquisti dai sacrifici negli investimenti che la stessa recessione economica detta. “Ma è proprio questo aspetto – ipotizza il segretario Fim – che potrebbe aver spinto a questa decisione il management della Irisbus. In Italia oggi su 96mila autobus che circolano, solo il 22% è a basso impatto ecologico, quindi nei prossimi anni ci sarà bisogno di una profonda rigenerazione del parco veicoli con nuovi mezzi che facciano della tecnologia e dell’ecosostenibilità il loro punto di forza”. Insomma, una vera e propria “cura” fatta di lacrime e sangue, per usare due termini in auge, come scelta obbligata o quasi, per rilanciarsi e per la quale la dirigenza ha fatto sapere di voler procedere solo se il piano sarà accettato e condiviso da tutti. Per questo i sindacati hanno già convocato due assemblee in fabbrica, entrambe nella giornata di domani, per spiegare agli operai nel dettaglio l’operazione ed i suoi effetti.
Il piano dovrebbe partire a giugno con lo smantellamento degli attuali macchinari, poi un lungo stop alle attività – da luglio a novembre – prima di ripartire con il new deal. “Come sindacato vogliamo avere la certezza che a riconversione completata l’azienda sarà pronta alle nuove sfide – avverte Zaolino – e, soprattutto, che la consapevolezza dei sacrifici che verranno sia accettata da tutti, fino all’ultimo operaio. Se matureranno queste condizioni si procederà con l’accordo, altrimenti il rischio è che il nulla di fatto porti ad un clima di cannibalismo che da queste parti non sarebbe proprio auspicabile”.
QUI CALITRI – Si leva forte alla Cdi la protesta dei 240 dipendenti dopo gli ultimi sviluppi che sembrano aver fatto svanire definitivamente il sogno del rilancio dello stabilimento. A spiegare come stanno le cose è il segretario provinciale della Cisal, Roberto Flammia. “Dopo la dichiarazione di fallimento del tribunale di Vallo della Lucania dello scorso 4 maggio – ricorda – lo scorso 12 maggio è entrato in carico il curatore fallimentare, Michele Andinolfi di Agropoli. Ed è solo grazie alla sensibilità che ci ha mostrato se oggi, dopo aver parlato a lungo con noi, si apre la prospettiva di una proroga della cassa integrazione straordinaria di un ulteriore anno (fino al 5 maggio 2011) con la quale dare un seppur minimo supporto a queste 240 famiglie”. La misura di sostegno al reddito, per la quale i lavoratori dell’opificio fanno sapere di averne anche discusso con l’assessore al lavoro di Palazzo Caracciolo ed il sindaco di Calitri, Solimine e Di Milia, sarà oggetto di discussione sempre presso il Palazzo di Giustizia di Vallo della Lucania il prossimo 26 maggio. “Riponiamo grande fiducia nell’operato di Andinolfi – commenta Flammia – e siamo ottimisti sul fatto che l’ammortizzatore venga attivato”. L’alternativa, in caso contrario, potrebbe essere quella della mobilità.
Ma al di là dei problemi di stringente attualità, come il diritto alla retribuzione dei dipendenti, a offuscare sotto una coltre di mistero l’intera vicenda dell’opificio di Calitri è la riconversione industriale, dapprima annunciata lo scorso dicembre dal manager Gianni Lettieri, e poi apparentemente sparita nel vuoto. “Ci sono state fatte solo false promesse – incalza il rappresentante della Cisal – con tutti gli impegni presi che sono stati disattesi. Di Lettieri si sono totalmente perse le tracce, tanto che qualche mese fa organizzammo anche un incontro che è andato puntualmente deserto. Pertanto chiediamo con forza che vengano mantenute le responsabilità assunte”. Infine una stilettata alla Cgil: “Non capiamo come sia possibile che per le altre sigle sindacali tutto vada bene”. Fantasmi e polemiche, insomma, negli sviluppi di questa delicata vertenza. (di Eddy Tarantino)
