“Il Volo”: storia dell’irpino Sandro che decide di diventare donna

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Sandro Alvino ha lasciato Atripalda in tenera età, poichè il papà maresciallo fu trasferito a Moncalieri, provincia di Torino. Ma quel bambino, non ha mai troncato i rapporti con la sua terra natale e alcuni parenti vivono ancora nella ridente cittadina della Valle del Sabato. Ma la vita di Sandro, con il tempo, ha subìto delle trasformazioni: crescendo si è accorto di avere un’altra fisionomia. Sandro Alvino è stato nella fine degli anni 80 uno dei primi uomini italiani a ricorrere al bisturi (in quel di Londra) per diventare a tutti gli effetti donna. E’ stato il Tribunale di Avellino a concedere l’autorizzazione al cambio di generalità cominciando le lotte con il Partito Radicale perché anche l’anagrafe riconoscesse il cambio di sesso. Un diritto civile che arrivò con la legge 164 del 1982, “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”. Infine, il 18 gennaio 1983, Sandro Alvino diventa Sandra anche per lo Stato. E ha combattuto per un buon decennio per cambiare i documenti, altri 6 anni per vedersi recapitare la patente (dopo aver passato normalmente gli esami) e qualche altro anno per riuscire a sposarsi (in carcere) con un detenuto… E’ sua l’affermazione: “Hanno fatto sposare Cutolo, devono far sposare anche me”. Sandra Alvino è autrice de ‘Il Volo’, storia della sua lotta contro una identità sessuale ‘traditrice´, da cui, attraverso un duro percorso, si è infine liberata diventando donna. Un libro, scritto da Massimo Caponnetto, figlio del compianto giudice, con la prefazione di don Luigi Ciotti. “La mia diversità e’ stata il mio reato. Altri non ne ho mai commessi. Sono stata spedita al confine più volte, sono stata nelle carceri speciali, venduta dai secondini a chi pagava loro di più, senza potermi opporre, se non volevo punizioni e umiliazioni ancora più grandi. Sono stata legata per giorni interi al letto di contenzione, ed anche lì guardie e detenuti venivano in processione, a mostrarmi ed impormi le loro perversioni. Quando ripenso a quegli anni, li definisco la mia ‘Shoah’, razzismo praticato senza coscienza, discriminazione che cancellava ogni sentimento. Oggi vivo con una pensione di invalidità, causata anche dalle durezze delle detenzioni, di 230 euro al mese, con mille strascichi sul piano fisico, segni di una guerra durata trenta anni, troppo lunga. Sono invalidità che derivano dai trattamenti e dai soprusi subiti, sono l’effetto di tutta la mia storia: mancata accettazione da parte della famiglia, scontro con le istituzioni, carcerazioni, rifiuto ed emarginazione anche dopo l’intervento”.

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