Il terremoto invisibile: siamo dieci anni indietro

20 Novembre 2005

Sono giorni particolari quelli che ci apprestiamo a vivere, e osservando le iniziative che ricordano i venticinque anni del tragico evento del terremoto , mi vengono in mente le parole del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel discorso agli italiani per invitarli a soccorrere le popolazioni irpine, così concluse: “ mobilitiamoci per andare in aiuto a questi fratelli colpiti dalla nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”. Senza fare demagogia o dietrologia, mi limito a cercare tra le utopie compiute dall’uomo, il futuro incerto e le scelte urbanistiche, alcune avveniristiche che hanno il pregio di aver accelerato la solitudine e mortificato la speranza. Il caso Bisaccia, la strada non realizzata di Calitri, i nuovi insediamenti dell’eolico, le case monofamiliari, le piazze senza anima, le nuove strutture tipo il Mercatone, le strade tra le montagne, le villette chiuse, i giovani che partono, la droga che arriva. Il mondo è cambiato da quel giorno: alle viuzze si sono sostituiti i camminamenti pedonali, alle aggregazioni spontanee delle piazze il tentativo di immaginare che siamo sempre gli stessi. Forse è così, ma alla linea di faglia che agitò e smosse il sottosuolo del cratere, si è sostituita l’incertezza del domani e i cerchi concentrici del dubbio. Come se il sogno non si avverasse e crescendo ti porti dentro il bisogno di vivere, di urlare e di realizzarti. Per molti, forse per tanti individui che subirono la violenza della natura di quella maledetta ora, le 19.35, il desiderio di vivere nella normalità è ancora e solo utopia. Sono arrivati Zamberletti e Bertolaso, arriveranno Bassolino e Casini e tra mostre, film e dibattiti, non mancheranno le polemiche tra la sinistra e la destra sulle strumentalizzazioni e non mancheranno le lacrime. Quelle del ricordo per i tanti che non ci sono più, per la fatica di crescere in 25 anni, e per quel rumore assordante che squarciò la vita e colpì a morte i progetti, i sacrifici e le ambizioni della gente. L’Irpinia ricostruita guarda al futuro: è lo slogan di queste ore che sollecita a non guardare indietro e camminare con nuovo entusiasmo e con le proprie gambe. Non posso, né voglio accomunarmi alla moltitudine dei nuovi padroncini delle emozioni e della speranza. Siamo ancora indietro e il cammino è ancora lento. Troppi avvallamenti nella storia collettiva dei paesi distrutti e poi ricostruiti. Troppi squarci nell’anima. Troppi miliardi che hanno creato malessere e illusioni. Troppo apparire e ricerca del ruolo a tutti i costi. Tanto malessere generazionale e incapacità di ascoltare i giovani spesso soli e figli della fragilità degli adulti. Troppi scrittori del nulla e tanti trasversali inquietanti. I nonni di ieri dalle rughe sul viso e dai silenzi intelligenti sono ormai una rarità. Come la solidarietà che non viene restituita agli altri. Forse siamo più egoisti, menefreghisti e anche arrivisti. Dieci anni indietro da recuperare. Facciamolo con calma: il bisogno di personalità da esprimere si può attivare con la riflessione e, in molti casi, anche con il silenzio. Anche se di questi tempi è difficile: ci sono troppi primi della classe che si aggirano per l’Irpinia che non rinunciano ad essere solo ed esclusivamente sempre i primi. A furia di esserlo si sono convinti che tutti gli altri sono secondi. Meglio così: noi e…voi, almeno viviamo meglio i nostri difetti.


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