Il pianista Di Donato incanta la platea dell’Agnelli a Torino

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Successo torinese per l’artista di Avellino Gianluca Di Donato che lunedì sera ha incantato gli spettatori dell’auditorium Agnelli. Questa la recensione a cura di Claudio Ripetti pubblicata sul quotidiano “La Stampa”:

Negl’ultimi tempi a Torino abbiamo avuto modo di ascoltare molti formidabili pianisti dell’ultima generazione alcuni dei quali sono stati ospiti della stagione della polincontri presso l’auditorium Agnelli, Roberto Prosseda Andrea Bacchetti Filippo Gamba Giovanni Bellucci hanno lasciato un ricordo straordinario grazie al loro magistero pianistico; ma lunedì sera Gianluca Di Donato pianista avellinese ha dettato un punto fermo nella prestigiosa storia della stagione concertistica torinese. Un tutto Schubert da togliere il fiato, e non poteva essere diversamente vista la notorietà dell’irpino con la musica del genio di Vienna, ma il programma presentato non era quello di facile presentazione, bensì l’ultimo Schubert, il più difficile e ostico dal punto interpretativo con gli Improvvisi D. 899 preceduti dall’Allegretto D. 915 e soprattutto con l’ultima grande sonata, quell’affresco michelangiolesco che è la D. 960.
Auditorium gremito in ogni ordine di posto,eppure lungo i 70 minuti del concerto sembrava di essere soli ognuno nel proprio posto, tale era il silenzio e la concentrazione del pubblico, mai ci saremmo potuti aspettare uno Schubert così disperato, tragico e profondo da un artista di soli 36 anni, che possono sembrare abbastanza per un certo repertorio ma che con l’ultimo Schubert sono veramente pochi. In tutta la sonata il suono è stato sempre bellissimo, un cantabile lirico ma mai enfatico, però man mano che si è andati avanti esso diventava sempre più rarefatto fino a scomparire quasi del tutto come in alcuni parti del secondo tempo che ha raggiunto vette di straordinaria bellezza tali da far impallidire i grandi schubertiani storici; allo stesso modo il finale di una ferrea fissità ritmica sbloccato periodicamente da scariche di scale eseguite con forza e velocità decisamente contrastanti, per logica scelta, con il carattere dell’intero movimento.
Successo straordinario coronato dal un bis sempre schubertiano che ha permesso anche al pubblico torinese di conoscere ed apprezzare un interprete che in altri tempi sarebbe già famosissimo ma che per le strani leggi dello star system e per sua scelta non sempre è facile ascoltare ma quando è possibile lascia una traccia spesso indelebile
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