Avellino – 20 Marzo 2003. Una coalizione guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna, a cui successivamente si sarebbe aggiunta l’Italia, invase l’Iraq del dittatore Saddam Hussein. Come si ricorderà, numerose furono le manifestazioni organizzate nei giorni successivi in tutta la nazione per protestare contro l’occupazione e per tentare di evitare l’appoggio italiano alla missione. Il simbolo di quella protesta fu senza dubbio la bandiera della pace, apparsa su moltissimi davanzali di abitazioni civili già nei mesi precedenti, dopo l’appello lanciato da padre Alex Zanotelli e la campagna ‘pace da tutti i balconi’. Anche diversi amministratori pubblici di comuni, province e regioni (tra cui la Regione Campania) decisero di aderire all’iniziativa, mostrando su finestre e balconi la bandiera. Il governo Berlusconi, tuttavia, con una circolare della Presidenza del Consiglio, intimò agli enti di non issare questi stendardi, una scelta che fu rispettata dall’amministrazione provinciale di Avellino, all’epoca guidata da Francesco Maselli.
Fatti noti, questi, ed ancora vivi nella memoria di tutti, o almeno di molti. Accadimenti che influirono decisamente sulle evoluzioni politiche internazionali a venire e che si trascinano a tutt’oggi in un sempre più delicato equilibrio dello scenario mondiale. Eventi che hanno segnato anche l’Irpinia, anch’essa in prima linea contro la guerra, con le adesioni che da più parti si registrarono alle iniziative di ‘promozione’ della pace. C’è qualcuno però che di quei giorni non conserva solo il retaggio di un impegno dettato da precisi quanto nobili ideali e valori. Le manifestazioni pacifiste che infatti si svilupparono in quelle settimane portarono, in alcuni casi, anche a delle ‘scomode’ conseguenze. A riportare alla memoria quei momenti è Andrea D’Alessandro, ex segretario del circolo cittadino del Prc (Febbraio 2005 – Dicembre 2006), che in occasione della dimostrazione pubblica organizzata dai movimenti studenteschi e dai movimenti pacifisti presso la Provincia di Avellino, venne annoverato nei verbali delle forze dell’ordine tra i sostenitori di un ‘atteggiamento violento’. Un’accusa, questa, dalla quale ebbe inizio un processo che ha visto come imputati D’Alessandro ed un’altra manifestante, Alessandra Cuomo, per vari reati, tra cui resistenza e violenza a pubblico ufficiale e tentata invasione di edificio pubblico e per il quale, solo oggi, a distanza di quasi cinque anni, è stata apposta la parola fine. La sentenza del giudice Natalia Ceccarelli ha infatti scagionato i due protagonisti. ‘Assolti perchè i fatti contestati non sussistono’, questo il verdetto.
Ma cosa successe precisamente quel sabato 22 marzo davanti al portone di Palazzo Caracciolo? “Partecipavo alla manifestazione – ricorda D’Alessandro – insieme a moltissimi giovani avellinesi. Una quindicina di questi si staccarono dal corteo con l’intenzione di chiedere un incontro ai rappresentanti dell’amministrazione perchè questi decidessero di apporre la bandiera sul balcone della Provincia. Appena entrati nell’atrio, però, fummo raggiunti da alcuni agenti della Digos che con vigore trascinarono fuori coloro che erano entrati e insieme a un dipendente della provincia chiusero il portone. Chiedemmo spiegazioni e ci furono momenti di scontro verbale, ma poi la manifestazione proseguì tranquillamente”. Probabilmente in quei momenti nessuno avrebbe immaginato quali sarebbero state le conseguenze del diverbio. Il rapporto degli agenti in servizio (tre nello specifico), che nel frattempo andava materializzandosi, però di fatto inchiodava i due imputati. “Dal verbale – continua D’Alessandro – emerse che io e l’altra manifestante (Cuomo ndr) avessimo tenuto un comportamento violento e per questo scaturì il processo. Dopo svariati rinvii per motivi burocratici, nelle due udienze effettive (2 ottobre e 13 novembre 2007) hanno preso la parola i tre poliziotti ‘denuncianti’, io e una manifestante, tra i testimoni citati dagli avvocati che ci hanno difeso. Immediatamente chiaro è stato il quadro; in particolare la prova rappresentata da decine di foto scattate quella mattina ha dimostrato come andarono i fatti. Per il giudice infatti – spiega – è stato possibile pervenire immediatamente alla sentenza senza che nemmeno fosse necessario ascoltare gli altri cinque testimoni indicati dagli avvocati”. Questo dunque l’epilogo di una vicenda senza dubbio singolare. Un normale corteo pubblico, ispirato da valori ampiamente condivisi, che per uno strano ‘scherzo del destino’, o forse no, si è quasi trasformato in un incubo, almeno per i due protagonisti, ma che oggi restituisce finalmente la possibilità di tirare un sospiro di sollievo. “Posso dire questo – commenta D’Alessandro alla luce dell’assoluzione – E’ stata una grande soddisfazione dimostrare quanto fosse infondata la tesi d’accusa, costruita probabilmente sulla frettolosità con cui furono scritti i verbali di servizio e sul timore che qualche manifestante potesse poi denunciare i poliziotti per aver strattonato alcuni di noi. Spero che non si ripeta, né qui né altrove, quello che ci è capitato. Ringrazio gli avvocati e i compagni del circolo di Avellino del Prc – conclude – per avermi manifestato grande vicinanza in un momento difficile”. (di Eddy Tarantino)
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