FOTO / “Non siamo la Whirlpool ma nemmeno operai di serie B. Abbandonati da tutti, abbiamo bisogno di lavorare”. Novolegno, il sit-in della disperazione

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Alfredo Picariello – La crisi nella crisi. Per loro, il lavoro è sfumato ben prima della pandemia. Una “mazzata” tremenda ancora difficile da recuperare. Disoccupati da oltre un anno, nonostante le speranze che puntualmente non si sono mai concretizzate. 117 famiglie che vivono in bilico, sulla soglia della povertà, ad ogni modo in grande difficoltà. Sono gli operai della ormai ex Novolegno di Arcella, azienda chiusa dall’oggi al domani. Al Nord il gruppo Fantoni continua a produrre, in Irpinia ha deciso di andare via.

La vertenza è stata attenzionata da tutti, almeno fino a marzo, tempo di covid. Poi, qualche altro timido segnale. Ma ora, per lo più, è finita nel dimenticatoio. Stamattina, però, un gruppo sparuto di lavoratori, ha provato a riaccendere i riflettori. Si sono incontrati proprio presso lo stabilimento, dove un tempo fu allestita la tenda della resistenza.

La tenda oggi non c’è, la voglia di resistere è ancora intatta. Anche se tutto appare più difficile. “Siamo stati abbandonati da tutti ormai. Chi ci tutela?”, afferma uno degli operai. “Oggi stiamo qui davanti per tutelare un nostro sacrosanto diritto, quello del lavoro. Dopo tante promesse, vogliamo risposte concrete”.

“Purtroppo – incalza un altro lavoratore – veniamo trattati come operai di serie B soltanto perché non siamo addetti della Whirlpool o di altre grandi fabbriche. La politica mantenga le cose che ha sempre detto, altrimenti i vari personaggi che si sono alternati qui davanti o a Montefredene, hanno fatto solo passarella sulla nostra pelle. Noi diciamo basta, ci dicano qualcosa, intervenga anche De Luca. Il Governatore non ha mai ascoltato le nostre ragioni”.

In bilico, sulla soglia della disperazione. “Nel giro massimo di un anno scadono anche gli ammortizzari sociali, la Naspi pure sta terminando. Ma noi non vogliamo assistenzialimo, vogliamo lavorare, perché il lavoro è un nostro diritto, perché il lavoro è dignità”.

“Non posso più iscrivere mio figlio all’università”, grida un altro operaio. “Così non possiamo più andare avanti. Perché Fantoni non libera l’area a questo punto, visto che non è più interessato a produrre in provincia di Avellino? Potrebbero esserci altri imprenditori interessati al capannone e a mettere su un’altra attività. Per noi e per le nostre famiglie sarebbe una salvezza”.