Fiorina Capozzi: il giornalismo come passione di vita, Avellino nel cuore.

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Fiorina Capozzi
Fiorina Capozzi

La giornalista Fiorina Capozzi si racconta: da Avellino, la città rimasta sempre nel suo cuore, fino agli  incarichi in Italia e all’estero. Il giornalismo come passione di vita.

Classe ’74, avellinese, giornalista con alle spalle  il lavoro in tanti giornali (“Il Mattino”, “Il Denaro”, “Milano Finanza”, “Finanza & Mercati”, “Il Mondo”, “Radiocor-Il sole 24 Ore”). E’ l’ autrice del libro di ultima uscita “Vincent Bolloré. Il nuovo re dei media europei” edito da goWare e disponibile in formato e-book e in versione cartacea su richiesta nelle librerie Feltrinelli e Mondadori.

Lei è Fiorina Capozzi, un esempio di professionalità irpina che si è fatta conoscere e apprezzare in Italia e all’estero. Attaccatissima ad Avellino, dove è nata, cresciuta, ha studiato e ha mosso i primi passi nel mondo del giornalismo, Fiorina ci racconta un po’ di sé attraverso la sua più grande passione divenuta, con estrema naturalezza ma non pochi sacrifici, il suo lavoro.

Com’è nato il suo amore per il giornalismo?

<Al liceo mi piaceva scrivere. Raccontare le cose che vedevo era la mia più grande passione. Il passaggio al mondo del giornalismo è stato quasi uno quasi un fatto naturale dovuto anche ad un pizzico di fortuna >>.

Come ha cominciato?

<<I miei primi passi nel mondo del giornalismo sono legati alla figura di Peppino Pisano e alla redazione de “Il Mattino” degli anni Novanta. Allora si usava la macchina da scrivere. Ora, nell’era di Internet, sembrano tempi lontani anni luce,  eppure non è preistoria>>.

Di cosa si interessava in quel periodo e che ricordi conserva?

<<All’inizio andavo in redazione per assistere alla riunione della mattina, Guardavo in silenzio il lavoro degli altri. Ad un certo punto, Pisano decise di premiare la mia costanza e mi affidò il taccuino e la corrispondenza da due paesi (Sorbo Serpico, il paese di origine di mio padre, e la vicina Salza Irpina). Avevo  17 anni e il Mattino era per me l’occasione di rubare il mestiere a giornalisti ben piu’ rodati. Ho fatto parte della squadra avellinese del giornale fino alla fine dell’università contribuendo alle pagine gestite prima da Franco Genzale e poi da Gianni Festa. Ricordo quegli anni con nostalgia: la città era molto vivace dal punto di vista editoriale. E  anche nelle tv c’era un certo fermento: collaboravo con Irpinia Tv affiancando Monsignor Ferdinando Renzulli, un uomo eccezionale che mi ha insegnato tanto sul senso e sul ruolo dei media e della comunicazione>>.

Ci racconti qualche aneddoto legato a quegl’anni avellinesi.

<<Peppino Pisano fu cruciale nella scelta della facoltà universitaria. Fu lui a consigliarmi vivamente una “disciplina seria” e a indirizzarmi verso la facoltà di economia. Optai per  il percorso di studi internazionali che mi ha consentito poi  di  entrare nel giro del giornalismo finanziario. Mi ha segnato anche molto  il mio primo e unico incontro  con Ciriaco De Mita. Lo intervistai per la mia tesi di laurea sul tema della ricostruzione post-terremoto. Per caso il discorso cadde sulla questione del lavoro. Mi racconto’ che dopo l’università aveva iniziato a lavorare come avvocato e mi spiego’ che l’avventura lavorativa  non duro’ pero’ a lungo: si licenzio’ perchè arrivo’ velocemente alla conclusione che non si possono fissare scadenze inderogabili per un lavoro di concetto.  Mi disse qualcosa del tipo: per pensare ci vuole tempo”. All’epoca ero una giovane laureanda che avrebbe fatto carte false per un posto fisso in redazione e non capii cosa volesse dirmi. Poi con gli anni trascorsi in redazione ho capito. Aveva ragione: ci sono lavori come quello del giornalista in cui è necessario avere il tempo di pensare. E’questa  la riflessione che mi ha guidato per due volte quando ho scelto di licenziarmi lasciandomi alle spalle la stabile vita di redazione che sottrae molto tempo al lavoro giornalistico sul campo>>.

Com’è iniziato il percorso che l’ha portata a lasciare l’Irpinia e la Campania?

L'ultimo libro di Fiorina Capozzi
L’ultimo libro di Fiorina Capozzi

<<Mancava poco alla discussione della  tesi di laurea e il settimanale “Milano Finanza” cercava degli stagisti. Mandai senza troppe pretese il fax a Milano. Dopo soli due giorni mi arrivò una chiamata di convocazione per un colloquio. Incredula, il mio primo pensiero fu quello che si trattasse di uno scherzo dei colleghi del Mattino. Fu così che chiamai in redazione pregando di non prendermi in giro su un tema per me così delicato. Ma era tutto vero. Il colloquio andò bene. Tempo di laurearmi ed ero già a Milano per iniziare questa nuova avventura. Il mio sogno professionale si stava materializzando>>.

Com’è stato affrontare una città nuova ed estremamente dinamica come Milano?

<<Gli inizi sono stati pesanti. Da una piccola città come Avellino, in cui ero riuscita a ritagliarmi uno spazio tutto mio, in cui avevo amici e riferimenti chiari, mi ritrovavo in una metropoli che correva a un ritmo sfrenato. Ho faticato molto, ma alla fine Milano mi ha accolto e mi ha offerto la possibilità di diventare giornalista professionista. E’ diventata la mia seconda città>>.

Com’è arrivata a lavorare a Parigi?

<<Il direttore di “Milano Finanza”, Danilo Caselli, decise di affidarmi le pagine di finanza internazionale. Da quel momento in poi presi a viaggiare molto all’estero. Qualche anno dopo, a Milano, partì un nuovo progetto editoriale: “Finanza e Mercati” creato da quattro firme molto note nel giornalismo finanziario ( Osvaldo De Paolini, Ugo Bertone, Guido Rivolta e Eraldo Gaffino, ndr). Su indicazione di una ex collega, il caporedattore Fabio Dal Boni, ex giornalista Ansa con una visione e una formazione internazionali, mi fece chiamare per un colloquio e mi propose di entrare a far parte della redazione. Accettai subito quella che si rivelò un’importante occasione di formazione e crescita ma iniziai a coltivare l’idea di trasferirmi all’estero. Inizialmente puntai a New York, poi però circostanze personali mi hanno portato a Parigi dove sono rimasta quasi dieci anni>>.

Ci racconti dell’esperienza francese.

<<A Parigi sono stata corrispondente per “Finanza e Mercati”, per “Il Mondo” e per l’agenzia di stampa de “Il Sole 24 ore”. Un lavoro interessante. Scrivevo di relazioni politiche ed economiche tra Italia e Francia, approfondendo i legami tra le due nazioni. Per poco piu’ di un anno, poi, ho ricoperto l’incarico di Segretario Generale della Camera di Commercio Italiana a Parigi. Dall’ esperienza francese è nato il mio ultimo libro sul finanziere bretone Vincent Bolloré, che era ed è socio di Mediobanca e che già nel 2004 aveva iniziato a investire nei media in Francia nonostante il momento di crisi. Oggi è il primo socio di Telecom Italia attraverso il gigante media francese Vivendi>>.

Cosa rappresenta per lei questo suo recente volume?

<< Questo volume, che racconta le strategia di Bolloré e delinea i suoi piani in Italia,  è l’occasione per far passare due messaggi importanti. Il primo è che la finanza non è qualcosa di astratto ma che entra nelle case di tutti. In questo caso lo fa attraverso il doppino del telefono e la banda ultralarga che è al centro delle strategie di sviluppo del governo Renzi. Il secondo è che il mondo dei media sta attraversando una fase di transizione, che interessa tutti perchè è alla base del sistema democratico.  E’ una fase di grande cambiamento. Il che come spesso accade porta con sé grandi opportunità>>.

Oggi lei lavora per “ilfattoquotidiano.it”, vive a Roma ma non di rado viaggia per motivi professionali. Cosa le è rimasto della sua terra? Torna spesso ad Avellino?

<<Mi sento assolutamente irpina. Ho un forte senso di appartenenza nei riguardi della mia terra. Nessun posto al mondo è come casa mia dove oltre alla mia famiglia ci sono tanti cari amici. Quando posso, sento al telefono alcuni colleghi avellinesi per informarmi su quello che succede in città>>.

Come reputa il mestiere di giornalista oggi?

<< Difficile come in passato perché è un mestiere che richiede onesta e libertà intellettuale, oltre che professionalità e indipendenza. Sembrano banalità, ma non lo sono affatto. Soprattutto quando si toccano temi finanziari che muovono miliardi di euro o questioni politiche che generano reazioni sociali. Inoltre nell’era di internet, il lettore è diventato una sorta di giudice del lavoro del giornalista in un contesto frenetico di notizie e informazioni che si rincorrono. Insomma, il giornalista non è affatto un mestiere facile, ma per me resta il mestiere piu’ bello del mondo>>.

Qual è secondo lei il segreto per essere un buon giornalista?

<<Divertirsi. Ma non è facile con i tempi che corrono: la crisi dell’editoria riduce all’osso le redazioni. Le nuove iniziative editoriali, nate soprattutto su Internet, spesso non hanno la forza economica per sopravvivere: i  fondi pubblici scarseggiano e i prezzi della pubblicità online in Italia sono fra i piu’ bassi d’Europa>>.

Cosa si sente di dire o consigliare ai ragazzi che vogliano intraprendere il suo mestiere?

<<Il giornalismo è un lavoro che richiede dedizione, sacrificio, coraggio e tempo. E’ un mestiere affascinante, ma è anche un mondo difficile in cui bisogna battersi per difendere le proprie idee. In Campania ci sono eccezionali esempi di questa tenacia giornalistica: la collega del Corriere.it,  Amalia De Simone, e lo scrittore Roberto Saviano sono il migliore esempio di  come questo mestiere abbia un senso e  si possa ancora svolgere nel migliore dei modi. Anche nella nostra difficile terra>>.

1 COMMENT

  1. Professionalismo? Io ho appena letto un suo articolo, tendenzioso e che omette informazioni importanti (non posso che credere in mala fede), per provare la sua tesi.
    Sarà forse per uniformarsi alla linea editoriale del Fatto Quotidiano, ma io questi tipo di giornalismo lo trovo ripugnante. Si vede che all’estero ha appreso poco su cosa significhi il vero giornalismo che informa e lascia al lettore trarre le proprie conclusioni, avendo scelto la ben più semplice strada del giornalismo “marchettaro”.

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