Festival della Poesia Mediterranea a Castelfranci: focus su Borella

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Castelfranci – Il Festival della Poesia dei Paesi del Mediterraneo fa tappa a Castelfranci. Quella del 23 gennaio, presso la Sala Consiliare del Comune, sarà la dodicesima tappa del Festival, che come di consueto è ospitato nel centro altirpino grazie alla convinta adesione al progetto culturale dell’amministrazione comunale.

La giornata sarà dedicata alla presentazione del I volume della “Storia della poesia irpina, dal primo Novecento ad oggi” di Paolo Saggese. I saluti saranno affidati ad Enrico Tecce, vicesindaco di Castelfranci con delega alla Cultura, Giovanni Ferrante, Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo di Castelfranci e Paternopoli, Felice Storti, Centro Studi “Giordano Bruno”, di Incoronata Vivolo, Assessore alla Cultura di Bagnoli Irpino, Alessandro Di Napoli, Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, Giuseppe Iuliano, CDPS, Paolo Saggese, CDPS. Modererà Rossella Verderosa. All’incontro, cui sarà presente anche il sindaco di Castelfranci, Eugenio Tecce, parteciperanno gli studenti delle scuole elementari e medie del centro altirpino – coordinati dall’insegnante Agostina Perillo – che si sono occupati in particolare della poesia di un autore del primo ‘900 originario di Castelfranci.

Domenico Borella, il poeta delle due patrie. Infatti, nelle sue poesie egli canta Castelfranci, suo paese natale, e San Casciano in Val di Pesa, in Toscana, sua patria d’adozione. Del resto, questa duplice patria, l’Irpinia e la Toscana, sono presenti sin dall’incipit del libro di Borella, “Palpiti agresti”, costituito da due poesie significative. La prima, infatti, è dedicata alla prima patria, Castelfranci, quella della sua nascita ed origine, mentre la seconda a San Casciano in Val di Pesa, sulle colline del Chianti, che guarda dall’alto e da lontano Firenze. C’è, d’altra parte, una certa differenza tra i due centri, tra le due terre: l’Irpinia appare subito come terra aspra, umile, povera, e così il paese con le “tue straducce / ripide e contorte / e le tue vecchie / piccole case / l’una all’altra addossate”. Borella, tuttavia, non rinnega la sua origine, non disprezza la sua terra – Castelfranci è infatti “diletta” e “amata” – e conserva di essa un rimpianto: “A te lasciai intanto, / o amata patria mia, / ospiti del mio tetto / folle migratrici / di rondinelle, / che, dagli spazi, / a te tornando, / di me t’avran narrato certamente / e del mio amore / ognor più vivo / per la lontana terra mia natale” (da “Un saluto a Castelfranci”).

Ben diversa è la descrizione di San Casciano, “bella” – ripetuto cinque volte nella poesia -, capace di dare felicità agli uomini, dove i contadini stornellano lietamente, ricca come una regina. Ecco, a mo’ d’esempio, le due ultime strofe: “Come ride quando carca / di vendemmia si vaneggia; / mite il sole la corteggia / e contento i cieli varca. // Com’è bella San Casciano / che su i poggi sta distesa / come sposa di sovrano, / San Casciano in Val di Pesa” (da “San Casciano in Val di Pesa”). Dunque, due terre diverse, la povertà del Sud interno, la ricchezza della Toscana del Chianti. Quest’ultima immagine della Natura ha ispirato buona parte del libro, dove compaiono tramonti malinconici e lieti, una natura ferace ed elegante, una vita a contatto con il creato e in armonia con esso: anche quando le immagini sembrano mutuate da un paesaggio più mediterraneo, meridionale, prevalgono i toni dell’idillio bucolico, della pace, della serenità, di un lavoro ripagato con giusti compensi, equivalenti alla fatica dell’uomo. L’elogio della vita di campagna acquista in più occasioni toni squisitamente letterari, che richiamano la tradizione irpina del primo Novecento (si pensi, ad esempio, a Tommaso Mario Pavese), e soprattutto quella classica, con rimandi ad Orazio, al Virgilio bucolico e georgico, a Tibullo.

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