Tempi duri per le coppie che devono ricorrere alla fecondazione assistita. Se ne discute in questi giorni in un convegno a Roma alla presenza di medici e politici. Sempre più persone infatti sono costrette a scegliere un centro all’estero per ovviare ai divieti della legge (Legge 40 sulla procreazione assistita), primo fra tutti il congelamento degli embrioni e l’obbligo di fertilizzare solo tre ovociti. Resta tuttora irrisolto anche il nodo delle coppie portatrici di patologie genetiche, che ad oggi non possono accedere alle tecniche, riservate solo alle persone sterili. Nell’incontro capitolino si è discusso anche di conservazione della fertilità in uomini e donne. Ancora oggi, infatti, chi sta per sottoporsi a chemioterapia o ad altre terapie aggressive non sa che può congelare gli spermatozoi (per l’uomo), gli ovociti o porzioni di tessuto ovarico (per la donna) e sperare che, dopo la cura, possa ancora avere figli. Per questo è stato messo a punto un progetto, già approvato dal ministero per la Salute con l’Istituto superiore della sanità. Quattro ospedali – il Moscati di Avellino, il Galliera di Genova, Santa Maria la Nuova di Reggio Emilia e il Sant’Anna di Torino – preparano una rete capillare in tutto il territorio, in collaborazione con i centri oncologici, per sviluppare strategie per conservare la fertilità nei pazienti oncologici e in chi ha sterlità iatrogena (malattie autoimmuni, lupus, endometriosi). “Vogliamo che nei consensi informati ci sia scritto che alcune terapie sono a rischio sterilità – spiega Cristoforo De Stefano, coordinatore del progetto e direttore scientifico di Medicina della riproduzione dell’ospedale Moscati – e che i pazienti possano sapere che ci sono delle opzioni per conservarla. La maggior parte non è informata, e parliamo di malati giovani ai quali viene tolta la possibilità di avere figli”.
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